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Archivio per ottobre 2010

Una zuppa ai funghi è buona se somiglia al risultato di un attacco di diarrea!diceva Nonna Svetlana.

Nonna Svetlana parlava un sacco di cazzate perché soffriva di una forma di demenza indotta dalle svariate malattie veneree che l’hanno colpita nel corso degli anni. Ora non c’è più e noi la salutiamo onorandone la memoria.

Nella nostra meravigliosa fanpage, si discute di quante nuove pietanze precotte stiano facendo il loro esordio sul palcoscenico dei supermercati (bella questa, eh?), c’è la busta con le polverine per cuocere il pollo chiamata “SACCOCCIO”, c’è la simmenthal che fa filetti e taschine di tacchino (o di qualche altra bestia).
Tutti prodotti che analizzeremo a tempo debito, oggi però persiste questa mia voglia di zuppe e minestre, così vi beccate una recensione lampo sull’argomento.
Qualcuno oltretutto lamentava il fatto che recensendo io alcuni prodotti di nicchia, poi, anche se buoni, potrebbero comunque risultare di difficile reperibilità e quindi il senso della recensione un po’ si sminchia.
Per tali cagacazzi sono andato alla COOP e mi sono preso un prodotto STAR.
Ce li avete i supermarket con i prodotti STAR?
No? Vivete in Cambogia?

Bon, comunque con Star abbiamo assaggiato solo il GRAN RAGU’, ed essendo un marchio conosciutissimo diciamo che non potevo non divorarmi la ZUPPOSA DEL BOSCO CON FUNGHI PORCINI E ZUCCA.

Lo ammetto: Non è stato amore a prima vista, quando ho letto “ZUPPOSE” ho desiderato spaccare un lavandino di ceramica in faccia all’ideatore di questo nome.
La confezione è decisamente fastidiosa, con una scelta di immagini più facilmente prevedibili della possibilità di trovare studenti fuori sede che fumano canne e cantano i gemboy a Bologna.

Due cappelle di fungo, una dritta e una storta per improvvisare una dispensa disordinata, una zucca, spighe, cereali. Hanno detto “facciamo il desain rurale!” e hanno piazzato un po’ tutto quello che nei tre led colorati che animano i loro pensieri rappresenta la campagna; diciamo che a parte un paio di trattori, una coppia di giovani che copulano dentro ad una fiat duna, un camionista rumeno che minge ai piedi di un pioppo con il camion Iveco in sosta con le quattro frecce, e blocchi di deiezioni bovine a random, non manca davvero niente.
Ah sì, manca il bosco, è una ZUPPOSA DEL BOSCO e non mi mettono le robe del bosco, chessò, tipo Gargamella.

La STAR anche qui si spinge oltre e dichiara che da questa roba salteranno fuori facili facili tre porzioni.

E, stigrancazzi, la novità è che non ci sono più i conservanti!
E’ dal 1984 che tutti si affrettano a liberare dai conservanti i propri prodotti, però quando andiamo a defecare ci sembra di apprestarci ad espellere la ghiaia dell’Isonzo.

Sul retro le pentoline disegnate sono carucce, non mi va di criticare chi ha disegnato le pentoline. Un plauso a te, disegnatore di pentoline: spero che per il prossimo prodotto tu ti riguardi un paio di episodi di Art Attack.
Ci segnalano che oltre alle ZUPPOSE DEL BOSCO troviamo anche i celeberrimi risotti, le creme e le minestre.

Dopo aver trascritto sul nostro quaderno delle ricette qualcuno dei preziosi consigli dello chef (che per questa ZUPPOSA DEL BOSCO ci consiglia di mettere pepe, parmigiano e di innaffiare il tutto con un bel cartone di Carmignano) ci mettiamo ai fornelli.

Sappiamo tutti come si fa: quantità variabile di acqua fredda (in questo caso, 750 ml) – si versa il contenuto della busta – si alza il fuoco alla grandissima fino ad ebollizione – si abbassa il fuoco fino a fine cottura. Cioé, io le foto le ho fatte, ma poi insomma si rischia di andare a ripetersi.

La piccola differenza è che nel caso della ZUPPOSA DEL BOSCO (di cui abbiamo anche la versione ortolana e rustica), vi è la possibilità di utilizzare la busta come dosatore da 500 ml.

Questo è il totale del prodotto ottenuto dopo il minutaggio di cottura suggerito (15 minuti).
L’odore non è male, così come la consistenza (oltretutto è uno fra i primissimi prodotti che recensisco che non annovera fra gli ingredienti elementi di natura sconosciuta).
Il sapore dei porcini è piuttosto intenso, però la consistenza del fungo è come… non so come spiegarvelo. Da ragazzini avete mai masticato un pezzo di scottex?
Ecco, i funghi di questa ZUPPOSA DEL BOSCO CON FUNGHI PORCINI ricordano la carta scottex masticata.
La zucca: latitante. Non ne ho avvertito la presenza, francamente. Le avranno tenute da parte per Halloween.

Il prodotto non è dei peggiori, la densità era davvero notevole; l’orzo, il riso ed il farro hanno tenuto molto bene la cottura.
Il costo è sensibilmente più alto rispetto agli stessi prodotti della concorrenza (1,89€), e non mi sento di affermare che questa differenza di prezzo sia realmente proporzionale alla qualità.

Voti:

Packaging: 1/5

Facilità di preparazione: 4/5

Qualità del prodotto: 3,25/5

Iscrivetevi alla pagina fan, così, senza una particolare ragione.

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Duericcheporzioni ospita Larrycette, donna di casa e cuoca. Cosa ci fa una donna di casa e -ancor più grave- una cuoca in questa oasi del precotto?
No beh, niente, ve la faccio breve: all’IN’S acquisto da anni un pesto pronto che io ritengo buonissimo, Larrycette è di Genova e la conosco personalmente, quindi mi è venuto spontaneo chiedere un parere. Poi le dovevo un favore, da quella volta in cui ho smerdato il pianerottolo del suo ufficio con il caffè.
Buona lettura.

Affinché la valutazione sia correttamente interpretata dai lettori, va sottolineato ancora una volta che sono stata scelta come esaminatrice di pesto solo perché moltissimi anni fa sono accidentalmente nata nella città in cui questo condimento è maggiormente prodotto e diffuso, non perché sia un’esperta di pesti confezionati.
Ci tengo molto a dire che io non consumo pesti confezionati. Consumo pochissimi cibi confezionati e mi guardo bene dall’ammetterlo; specialmente non ho mai mangiato pesto confezionato prima d’ora.
“Perché?” , diranno subito i suoi piccoli lettori.

Perché il pesto non mi piace. Non che proprio mi rivolti lo stomaco fuori dal corpo come un echinoderma [sapevate che le stelle marina – che sono echinodermi come i ricci di mare – per nutrirsi estroflettono lo stomaco sulla preda, inglobandola, e iniziando quindi a digerire il malcapitato ancora vivo?], ma se posso scegliere, scelgo sempre altro, a meno che le alternative non siano barrette di plutonio, ulcere di iguana o castagnaccio.

Nonostante questo, va riconosciuto, per ovvie circostanze geografiche ne ho comunque mangiato moltissimo, perciò so di cosa sa il pesto buono; ma procediamo con ordine.

Confezione: un vasetto di plastica trasparente con il coperchio di cellophane che reca le informazioni necessarie: tipo di prodotto, casa produttrice, ingredienti, data di scadenza, quantità in grammi. Per giunta, ti dice anche che quella quantità è sufficiente a condire due porzioni di pasta.

Attenzione a questo particolare: il pesto è un condimento che “rende poco” e che può variare la sua resa a seconda di diversi fattori, non è così scontato calcolare quanto ce ne voglia. Si tratta di uno dei pochi casi in cui fornire correttamente questa informazione è prova di competenza [se non di serietà] del produttore.

Tralasciamo il fatto che per indicarlo abbiano disegnato un coperto completo con il numero “2″ in rosso.

La grafica del coperchio non è delle più accattivanti, ma apprezziamo che l’azienda non sperperi risorse in ricerche di marketing sul packaging e tenga il prezzo più che accessibile.

In questo disco di 8 cm di diametro trovano – obbligatoriamente – spazio anche gli ingredienti:

- Basilico genovese DOP (35%): figata!
- olio extra vergine di oliva: giusto
- olio di semi di girasole: mpf! Va beh, risparmiamo
- farina di anacardi: EEEH??? E da quando cazzo mai ci va?
- formaggio Grana Padano: beh, beh, bene, dài!
- pinoli: giusto, ma di dove?
- sale, correttore, di acidità, conservante: ok, ci vuole.


Aspetto: il prodotto presenta una media densità, una consistenza non troppo omogenea e un colore tra il muschio del presepe e la copertina di The Ghost of Tom Joad. Non è proprio invitante, ma è giusto.

Diffidate del pesto di quella bella tinta “criptonite al sole” che vi fanno vedere in TV. Nella vita reale il pesto è camouflage come la mimetica dell’esercito, perché ha un tempo di ossidazione leggermente inferiore ad epsilon, perciò immediatamente “diventa nero”. Provate a fare il pesto in casa, per credere. Fatene in abbondanza e congelatelo in porzioni nella carta stagnola; quando lo utilizzate, tagliate la pallotta a metà e vedrete che il nucleo è verde acceso e la tonalità si scurisce man mano che ci si avvicina alla superficie. Infatti le scuole elementari della Liguria usano geoidi di pesto per illustrare agli alunni la struttura della Terra.

Odore: un po’ forte. Odora indubbiamente di basilico, ma non è molto aromatico, è piuttosto erbaceo e si sente pochissimo l’aglio, ma complessivamente non è sgradevole.

Preparazione: a prova di mona.

Cuoci la pasta secondo specifica tipologia e grado di cottura gradito (leggi: se fai le orecchiette poi non scassare la minchia se ci mettono più tempo delle trenette e non sono neanche buone uguale, non è colpa del produttore di pesto se non sai come si mangia!) e ci versi sopra il contenuto del vasetto, poi rimescoli. Se resta un po’ di pasta scondita, non è il pesto difettoso, sei tu che non sai rimescolare! Cerchiamo di non pretendere l’impossibile dai cibi pronti [ndr: si noti come l'autore ritiene fondamentalmente dei decerebrati coloro che fruiscono di cibi pronti e ritiene di sottolineare cose ovvie].

I veri gourmet possono versare il contenuto del vasetto nella zuppiera dove condiranno la pasta e stemperare il pesto con un po’ d’acqua di fine cottura prima di versare la pasta; in questo modo il condimento diventa più fluido e si distribuisce meglio, ma gli amidi contenuti nell’acqua della pasta evitano un’eccessiva diluizione (entro certi limiti di aggiunta d’acqua). A piacere – a me piace – un cucchiaio d’olio e.v. d’oliva, meglio se taggiasco, dà al tutto un profumo più fresco. Si tratta di accorgimenti validi per qualsiasi tipo di pesto, anche quello fatto in casa, specie quando lo scongelate.

Assaggiamo.

Mh.

Ah beh…mh. Certo.
No sì, beh…no,  beh, chiaro.

Va beh! Non m’è piaciuto.
Non è male, ma non m’è piaciuto.

Suppongo che per essere un pesto confezionato sia più che dignitoso, come detto, non ho una pietra di paragone adeguata.

È relativamente buono, insomma, non è che uno lo lasci nel piatto, ma ha uno strano retrogusto, come di burro d’arachidi, che purtroppo è piuttosto persistente.
Lo imputo alla farina di anacardi, il cui gusto non viene coperto dagli altri ingredienti; forse basterebbe andarci un po’ più pesanti con l’aglio, o sostituirla con qualcosa di meno invadente. L’ideale sarebbe eliminarla del tutto, ma suppongo che non sarebbe più un prodotto destinabile ai discount.

Peccato perché l’esaminato si stava comportando bene.

Non è propriamente immangiabile; paragonato al pesto di mia madre, o di sua madre, o della madre di mio padre non sembra neanche la stessa pietanza, d’accordo, e non regge neppure il confronto con il pesto di Danielli. Però posso confermare che in Liguria esistono bettole che servono un pesto, se non uguale, del medesimo livello: quasi sicuramente non usano arachidi, ma a giudicare dal sapore ricorrono a qualche altro espediente che conduce a risultati equivalenti.

Perciò promuovo il pesto “La Fattoria” con debito formativo.

Promuoverlo a pieni voti sarebbe ingiusto, altrettanto bocciarlo: una volta risolto il problema del restrogusto della farina d’arachidi (o quel che è), potrebbe darci – in considerazione del rapporto qualità/prezzo – discrete soddisfazioni.

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FIORILE – ZUPPA DI FARRO ALLA TOSCANA

Vi ho lasciati con l’arrivo dell’estate e con la degustazione del CUCCIOLONE ALGIDA, vi ritrovo con i primi sussulti del generale autunno (era “generale inverno”? E chi se ne fotte! Sto via quattro mesi e mica mi farete i pignoli, no?), quindi la voglia di stare al caldo e di consumare un bel minestrone in busta.
Scelgo un prodotto indie, di un’azienda che nessuno di voi -tranne avanzi di galera e morti di fame- conoscerà.

L’inverno scorso ci occupammo della PASTA E FAGIOLI COOP, oggi ci dirigiamo in Toscana, assaggiando la holaholaholahannuccia… (ahahah, sono rimasto lo stesso mattacchione di prima), dicevo, assaggiando la ZUPPA DI FARRO ALLA TOSCANA.

Con questa busta da 89 centesimi di euro, gli amici del FIORILE puntano in alto: desiderano sfamare tre persone con 110 grammi di ZUPPA DI FARRO ALLA TOSCANA, infatti in alto a sinistra appare l’angolino rosso con la scritta “3 PORZIONI”.

Abbiamo già discusso di come i marchi più o meno conosciuti puntino sul genuino, ovvero sul fatto che la bontà della produzione elimini le differenze con gli stessi piatti fatti in casa. Un altro termine di cui spesso si abusa è “TRADIZIONALE”.

Fra gli ingredienti è -con grande sorpresa- presente il farro, poi i fagioli e per non far mancare il peso morale della tradizione toscana troviamo una bella manciata di lattosio e glutammato monosodico che le nonne a Follonica (GR) coglievano quotidianamente dai campi per preparare le zuppe.
Le procedure per la realizzazione di questa ricetta sono conosciute da noi fedeli consumatori di prodotti disidratati, ma il team del FIORILE riesce a fornire una spiegazia anche ai novellini.

La figura di una testa sprovvista di bulbi oculari e dentizione, con un ciuffo emo e copricapo da cuoco ci guida e ci assiste nella preparazione.

Il cuoco ipovedente emo verserà quindi 750 ml di acqua fresca nella nostra pentola, e il contenuto della busta (busta che nella diapositiva acquista la forma di un porta scopettone per il cesso).

Mentre un ectoplasma somigliante a Casper si eleverà dal pentolone, il provetto cuoco mescolerà di tanto in tanto a fuoco medio la nostra ZUPPA DI FARRO ALLA TOSCANA, i suoi fagioli “satellite” (pervenuti nel nostro censimento: uno per ogni quaranta grammi di prodotto) e il farro.
Tuttavia, l’acquirente potrà forse cogliere un’ambiguità di fondo nella tempistica consigliata per la preparazione, ovviamente gli amici del FIORILE nell’elaborazione del piatto avranno discusso animatamente sul minutaggio necessario, si saranno create delle violente correnti che anteponevano i dodiciminutisti che si sono accaparrati il retro.

Contrapposti ai dieciminutisti, che avendo spuntato la lotta intestina con la prima fazione con metodi squadristi e antidemocratici, si sono aggiudicati la parte frontale della confezione. Voi fate un po’ come cazzo vi pare.

Alla fine il risultato sarà comunque questo (questo blog appoggia i dodiciminutisti, qualsiasi polemica contro la mia corrente verrà censurata: siete avvisati), ovviamente acquistato il prodotto e lasciandolo sul fuoco per SOLI dieci minuti resterete sempre con il dubbio di come sarebbe stato il vostro piatto con due minuti di pazienza in più.

Questa zuppa rievoca le immagini genuine dei primi anni del secolo scorso: la gente morente di tubercolosi in vicoli ciottolosi di piccole province della maremma, la lebbra, le sberle sulla coppa come motivo di intimidazione, la dissenteria fulminante, la diuresi involontaria durante eventi mondani.
Non avete capito cosa intendo?
Che è buonissima.

Voti:

Packaging: 2/5

Facilità di preparazione: 4/5

Qualità del prodotto: 0,5/5 (per la stessa cifra meglio una zuppa della COOP)

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO:

E il concorso?
Lo ha vinto Francesca (numero due), che ha richiesto espressamente di non ricevere alcuna celebrazione. Il primo premio (100 grammi di pesto alla genovese) però glielo mando con calma, non per altro, ma dopo quattro mesi sono riuscito ad acquistarlo.

Di questo pesto giace nella mia casella di posta una recensione realizzata dalla genovese Larrycette, che sarà pubblicata in settimana.

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