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…Erano buoni!

Packaging: 3/5

Facilità di preparazione: 4/5

Qualità del prodotto: 4/5

 

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Cos’era per me la cucina a vapore, prima della vaporiera che la mia signora ha acquistato?
Era l’attesa al ristorante cinese dei ravioli al vapore. 
Se ordinavi quelli normali aspettavi pochissimo, il giusto. 
Riso cantonese, tempo di attesa: 3 minuti.
Pollo piccante, tempo di attesa: 4,5 minuti.
Nuvolette di drago: pronta consegna.
Ravioli a vapore: due ore e 38 minuti.
Se li ordinavi al vapore sapevi che avresti dovuto attendere di più perché, appunto, li fanno a vapore.
Chissà a cosa serve, mi chiedevo. Mi sembrano uguali agli altri, dicevo.
Fatto sta che nel tempo in Cinciuncian serviva i miei ravioli avevo già mangiato le nuvolette di drago, morso il pollo piccante, deglutito il riso cantonese, i germogli di soia, ruttato gamberi sale e pepe, masticato un pezzo di labrador sparito due mesi prima al mio vicino di casa e affettato la prozia di Uanginkao.
Però nel raviolo a vapore crescevo la consapevolezza e avvertivo sulla pelle una ritualità che impreziosiva, da sola, tutto il contesto: immaginavo una parte della cucina adibita appositamente per questo e quindi le musichette asiatiche del cazzo suonate con il shamisen, liuti e tibie del nonno, mentre una puttanellina simile alla protagonista di “Memorie di una Geisha” vestita con il kimono e le infradito con le calze titillava un arnese in bambù simile ad un cestello.
Era giapponese? Fregancazzo.
Lei era una dea, l’unica addetta alla preparazione del raviolo a vapore che aspettavo dodici ore, però era a vapore e quindi viva viva l’olio d’oliva, come diceva la pubblicità.
Non pisciava, non scoreggiava, non ruttava. Era sempre truccata come Gene Simmons, ogni giorno, tutti i giorni. 
La mattina si alzava, faceva qualche rituale autistico giapponese/cinese cazzoneso, prendeva un paio di badilate sulle gengive dal padre severo, e poi di corsa a fare ravioli. E poi il sachè della sera per il genitore autoritario. La madre era morta. Ovviamente. 
Ed era buona. Ovviamente.
Ed era morta di una malattia imprecisata nel letto di casa mentre la figlia le poggiava bende bagnate per farle scendere la febbre.
Era morta nonostante la visita domiciliare di un medico munito esclusivamente di valigetta marrone e stetoscopio.
Poi magari aveva solo un ascesso ai molari, però intanto è fatta. La vecchia ha fatto crac.
Kaputt. Arigatò. Arimortè. Kittammuort.
Nemmeno il tempo di rammentare le ultime disposizioni della madre e altre amenità sul senso dell’esistenza che subito di corsa si prodigava, di nuovo, a preparare ravioli e sakè.
Ravioli e sakè.
Sakè.
Ravioli.
Nemmeno il tempo di dire grazie alla genitrice per averla messa al mondo e aver predisposto per ella un’esistenza così ricca e varia, avendo sposato un uomo instabile, violento e con una singolare dipendenza da sachè. Di meglio potrebbe esserci solo un nuovo coinquilino come il padre, magari un alcolizzato come Roberto Sedinho che, in cambio del vitto e l’alloggio le promette di farla entrare nella nazionale under18 ghanese di Cricket.
Esce solo per fare la spesa, incontra ogni giorno un giovine dagli occhi azzurri, la famiglia bene e la minchia tanta. Le vengono i zigomotti rossi perché lui dietro alla patina di gentilezza aristocratica cela la voglia di chiavarle anche i bulbi oculari. Non può, così corre a casa con la busta della spesa di cartone (contenuto: alcool etilico, riso fermentato, bicchierini da sakè), mentre le lacrime colano dal viso formando rivoli di mezzo metro. Poi le cade tutto a terra ed il giovane tenta di soccorrerla (ed assistere ad un upskirt dal vivo), però lei si nega e corre nuovamente a casa del padre. Senza voltarsi indietro.
Apro gli occhi con la consapevolezza dell’età adulta, ho trentadue anni. Era tutta una pia illusione di quegli anni novanta.
Niente geishe disciplinate, niente padri autoritari, niente musichetta del cazzo.
Oggi scopro che probabilmente i miei ravioli li preparano -e li preparavano- con gli sputi per dargli l’effetto glassa e li cuociono con il vaporetto ponti preso su Mondialcasa. E scopro che con tutta probabilità la geisha era una gaia e simpatica fantasia adolescenziale, TUTTAVIA.
Tuttavia.
Da ogni delusione si può trarre anche una parte edibile che in questo caso si rifà tutta sul valore salutare che la cucina a vapore porta con sé.
La cucina a vapore conserva le proprietà degli alimenti, lascia intatte tutte le caratteristiche organolettiche dei cibi. Mastico carote e patate.
Mangiare è sognare.

 

 

 

 

KINDER – BRIOSS

C’era una volta una merendina. Una merendina piccolina.
C’era una volta una merendina piccolina piccolina. In un sacchettino ino ino.
C’era una volta una merendina piccolina piccolina in un sacchettino ino ino. Che faceva uno scoppiettino ino ino quando stringevi il suo sacchettino ino ino.
C’era una volta una merendina piccolina piccolina in un sacchettino ino ino che faceva uno scoppiettino ino ino quando stringevi il suo sacchettino ino ino. E se ne mangiavi un po’ più di un pochino, ti veniva il diabetino.
C’era una volta una merendina piccolina piccolina in un sacchettino ino ino che faceva uno scoppiettino ino ino quando stringevi il suo sacchettino ino ino e se ne mangiavi un po’ più di un pochino, ti veniva il diabetino, e se non la morte, una cancrenina ad un ditino, o un abbonamento vitalizio all’amico insulino*.

* licenza poetica.

Conoscete la KINDER BRIOSS? Iniziamo da chi risponderà di no.
Ma che cazzo di infanzia hai avuto? Eh? Cristo!
I tuoi genitori sono degli hippie contrari ai prodotti industriali e ti hanno cresciuto con la crema di tapioca, ceci e altri vegetali, vero? Magari dicendoti “Gianluca! Vieni! E’ pronta la merenda buona buona per il mio amore!”, e poi ti mangiavi questa roba simile ad una via di mezzo fra il liquido seminale di un verro e un incidente aereo, no?
O, chessò, per abbassarti la febbre non usavano la tachipirina perché è sperimentata sugli animali ma infusi di erba gatta e cedro, giusto?
Sai che Bubu, l’antagonista dell’orso Yoghi, che è alto un metro e uno stronzo a quarant’anni suonati non solo avrebbe ucciso dieci coniglietti bianchi con le sue mani, ma si sarebbe risparmiato un sacco di casini se avesse assunto un qualche ormone della crescita sperimentato su cavie da laboratorio?
Sai che Wily il Cojote con una buona dose di Litio Carbonato, Trazodone e Tavor avrebbe abbandonato con serenità l’ipotesi di uccidere uno struzzo anoressico che gli darebbe comunque ben poco sostentamento e altrettanta scarsità di macronutrienti, orientandosi sulle buste di tacchino da un etto che costano 0,99 al’ins?

Ora veniamo a voi, esseri umani con un’infanzia normale.
Sigla!

Andrea ha un sogno: diventare un aviatore.
Magari ce la farà, oppure il suo futuro sarà negli ambienti umidi e plumbei della tossicodipendenza. O magari qualche deficit cognitivo gli impedirà di ricoprire un ruolo che non sia molto più complesso dell’applicare dei timbri sulle fatture di uno studio di commercialisti. Forse sarà un sociopatico che alleva falene e ha un amico immaginario di nome SWEIZER.
Questo a noi NON IMPORTA e di sicuro la KINDER BRIOSS non influirà in questo particolare.

Dati di fatto:
– tutte le mamme che negli anni si sono succedute negli spot delle KINDER BRIOSS sono delle fregne mondiali. Ragazze di ventidue anni che hanno già figli di otto anni che ficcano merendine negli zaini di generazioni di bambini.
– Si vede un telo bianco che si alza dalla KINDER BRIOSS mentre lievita in tempo reale. Ad alzarlo è uno dei SIGNORI CHE FANNO LE KINDER BRIOSS. In camice, e sotto il camice la camicia e la cravatta. Logico.

La KINDER BRIOSS è famosa prima di tutto per il fatto di poter essere scomponibile come un cadavere su di un tavolo autoptico o un comodino Ikea, poi per la sua confezione-detonatore.

Mangiare la KINDER BRIOSS segue (uso il presente perché ancora oggi è un prodotto di largo consumo) un rituale molto preciso, preciso quanto quello di rollare un cannone di hashish o una pera: stringi il sacchetto di plastica trasparente che in pochi istanti emetterà un suono simile a “PEM!” o “POM!”, non so, vedete voi.

Dal suddetto sacchettino sfilerete la vostra KINDER BRIOSS che in un’estremità avrà la larghezza di un bancomat (nel punto in cui avete fatto pressione quando era ancora confezionata), dall’altro il suo spessore originale.
Poi?
Poi la dividerete in tre parti: e qui ognuno fa un po’ quel che gli pare. Io ho sempre iniziato a mangiare le due fette di pan di spagna con le striature marroni, per poi godermi la parte finale con la crema di latte.

A me è sempre piaciuta un sacco, così come adoro la sua cugina KINDER COLAZIONE PIU’.

Ne abbiamo già parlato e lo sottolineo un’altra volta: è difficile che questi prodotti cambino di molto il packaging nel corso degli anni. KINDER BRIOSS non fa eccezione, addirittura c’è una costante quasi paradossale, ovvero la scritta “NOVITA'”.
La novità non sta tanto nel prodotto, ovviamente, ma nella sua morbidezza e nella sua farcitura: ad ogni campagna pubblicitaria ci fanno sapere che è più morbida e che c’è più latte. Considerando che questo prodotto avrà almeno una ventina d’anni ormai, a furia di farlo più morbido, è tranquillamente utilizzabile come tappeto elastico.

C’è più latte ed è più buona, ovvio!
Nutriente?
Hmm, se mia madre mi avesse messo nello zaino SOLO la KINDER BRIOSS, molto probabilmente alle 11, durante l’ora di geografia  avrei staccato a morsi la trachea del mio compagno di banco per sottrargli la PIZZETTA CON L’OLIVA NERA CENTRALE™ e sarei finito in qualche riformatorio.

I colori sono o non sono un amore?
Quell’azzurrino PAMPERS, l’arancione (oh, l’arancione!) e il bianco. Una scrittona BRIOSS in corsivo, come potrebbe farla tua nonna nel suo quadernino delle ricette.
Bravi Bravi Bravi, signori KINDER.
E poi “BRIOSS”, non “brioches”. Perché fa più panettiere sotto casa, o macellaio che ti scrive sulla lavagna esposta all’esterno “WRURSTEL IN OFFERTA PAGHI 3 PRENDI 4 E IN PIU’ TI DIAMO ANCHE LA FOCACCIA CALLA CALLA DI NONNO ENZO”.
Sai che sono errori ortografici tremendi! Ma fai un ghigno! E’ roba di casa tua.
E’ roba genuina! C’è il latte! E’ soffice!
Andrea diventerà un aviatore!

Packaging: 4/5

Facilità di preparazione: /

Qualità del prodotto: 4/5

PAGINA FAN, siamo in seicento!

I funghi rientrano nella top5 dei miei alimenti preferiti. In vita mia ho sperimentato molto spesso prodotti precotti a base di funghi, i quali inevitabilmente attirano la mia attenzione su qualsiasi scaffale di qualsiasi supermercato.
Molto spesso (quasi sempre) i risultati sono stati deludenti: funghi di cartone, insipidi, spappolati, che sanno di qualsiasi altra cosa fuorché di fungo. C’è da dire che nella gran parte dei casi i funghi in questione erano essiccati, il che ovviamente dona a tutto un grande alone di incertezza.

Sigla!

La nonna e cappuccetto rosso potrebbero tranquillamente raccogliere dei funghi approfittando del fatto che vivono vicino ad un bosco e preparare della pasta sublime seguendo le svariate ricette della tradizione, a questa alternativa però preferiscono delle tagliatelle surgelate.
Questo fatto fornisce in modo indiretto una spiegazione sul fatto che cappuccetto rosso abbia scambiato il lupo per sua nonna solo perché lo stesso era vestito in pigiama. E’ una rincoglionita.
Oltretutto, un lupo entrerebbe comodamente nel pigiama di vostra nonna?

Si diceva che il cacciatore che ha appena salvato entrambe dal lupo cattivo aspetta il pranzo.
Quando le due portano la padella sulla tavola e iniziano a spartire le TAGLIATELLE AI FUNGHI PORCINI lasciano il suo piatto vuoto come punizione per aver ucciso l’animale, quasi ignorando il fatto che se non fosse stato per quel baffuto signore queste due squinzie sarebbero ancora alloggiate nello stomaco del lupo pronte per essere divorate dai succhi gastrici e farsi un giretto nel tagadà del suo colon.
Se non era nelle loro intenzioni consumare il pasto assieme al cacciatore per quale ragione la tavola è apparecchiata anche per lui?

I QUATTRO SALTI IN PADELLA sono suddivisi in quattro categorie: le ripiene, le classiche, le specialità e i contorni. Mi sfugge come mai queste TAGLIATELLE AI FUNGHI PORCINI non figurino fra le classiche, giusto per fare i pignoletti.
La confezione è asciutta e ben realizzata secondo il consueto schema: logo in alto, scrittona con la denominazione del prodotto impressa in una fascia a ridosso del centro, immagine a scopo illustrativo che invoglia all’acquisto. I colori predominanti sono autunnali. In basso a sinistra ci viene segnalato che ci sono 50 grammi in più (la confezione è da 600 grammi totali).

Il retro è diviso in due colonne (chiamiamole così), in quella di sinistra si inizia con la solita-melensa-trita-ritrita nenia sul fatto che questo non è un semplice piatto di pasta surgelato, ma un’esperienza ultrasensoriale, non è piallata in una busta di plastica da macchinari industriali, ma è preparata con passione, le materie prime non vengono scelte seguendo una fisiologica esigenza di bilancio… no no, qui troviamo la roba migliore, la genuinità. Un piatto che “noi di Findus dedichiamo a te”.



Nella colonna di destra un’ulteriore geniale autofellatio riempitiva che sa tanto di “scrivo qualcosa se no c’è uno spazio vuoto e il DIRETTORE DEI DISEGNI MI FA IL CULO E POI MI TOCCA DISEGNARE ALTRE ROBE A FORMA DI FUNGO” in cui viene praticamente detto che il segreto delle TAGLIATELLE AI FUNGHI PORCINI DEI QUATTRO SALTI IN PADELLA sta nel fatto che ci mettono i funghi porcini.

Dopo il solito disclaimer in cui ci viene detto che il prodotto va consumato previa cottura. (Ok che siamo in sessanta milioni, alcuni dei quali traggono piacere sessuale giocando con vasi di colla vinilica o travestendosi da Ilda Boccassini, però, insomma, il cibo mangiato surgelato no, dai!) arrivano le istruzioni sulla preparazione.
Preparazione che è a prova di cappuccetto rosso.

– due cucchiai d’olio e una padella

– un paio di giri con il cucchiaio di legno

il tutto mentre riscaldiamo il prodotto a fiamma media. Media! Mi raccomando, se no bruciate tutto.
Anche se fate uso di cannabinoidi e vi mangereste la bachelite divorati dalla fame chimica attendete, attendete, attendete. Tutto deve andare a fuoco medio. La genuinità è una donna che va corteggiata a lungo: sei minuti, in questo caso.

Le porzioni indicate nella confezioni sono due: ci può tranquillamente stare. Mi sono scofanato una confezione in completa solitudine, ma sono una fogna vivente quindi non faccio testo. Due persone normali possono saziarsi con i seicento grammi presenti in questa confezione.
In ogni cibo precotto che si rispetti c’è Il Suggerimento.

In realtà la frase qua sopra potrebbe tranquillamente essere una postilla legata all’immagine frontale del prodotto nella quale figura anche una foglia di prezzemolo. Metti che qualcuno faccia causa per milioni?
“sa, mi aspettavo la foglia di prezzemolo. La mia vita da quel momento è stata rovinata. Per sempre”. Pem! Cause milionarie come fossero funghi (per l’appunto).

Comunque, pur non capendo cosa loro intendano per creatività, visto che il prezzemolo sulle TAGLIATELLE AI FUNGHI PORCINI è creativo quanto infilare una mela in bocca al maiale arrosto, decidiamo di seguire la corrente.

Diciamolo: questa roba fa schifo. Davvero, non ho parole. Quattro pezzi di fungo in croce (il resto è una salsa ai funghi biancastra e iperaromatizzata con un gusto che va dal dado al preparato per arrosti).

Considerato il fatto che generalmente quello in questione è un prodotto abbastanza costoso (offerte del momento escluse) rispetto ai cugini di sottomarca, cosa vogliamo fare se non dire “e che cazzo”?
Bocciatissimo.

Voti!

Packaging: 4/5

Facilità di preparazione: 4/5

Qualità del prodotto: 1/5

PAGINA FAN, ve la ricordate?

I PAVESINI. Biscotto leggero ed insostituibile o prodotto inutile e anonimo?
E’ un tipo di biscotto che non ho mai particolarmente apprezzato.
Leggeri sono leggeri, ed è questa probabilmente la loro unica caratteristica di rilievo.
Parlando di biscotti forse dovremmo aumentare le voci nella pagella finale o aggiungere altri interrogativi nel nostro complicato giudizio.

Sono più buoni con il latte caldo o con il caffelatte?
Come reagiscono all’impatto con il latte?
E con il caffelatte?
Sono davvero così leggeri?
Sono adatti a giochi erotici?
Odi tuo padre?
Fareste mai un tiramisù con i PAVESINI?
E vostra madre lo farebbe?
Ti piacciono i fiori?
Ti piacerebbe fare il fiorista?

io però non ho assolutamente voglia di basarmi sui numeri o su ulteriori parametri… quindi,  come è solito fare Rob Brezsny con il suo celeberrimo oroscopo desidero partire da una citazione:

“Non sa calciare col piede sinistro, non sa colpire di testa, non sa contrastare e non segna molto. A parte ciò è un buon giocatore.”

Questo è quello che George Best diceva di David Beckham. E il paragone calza: belloccio, conosciuto ma non imprescindibile.
Sigla!

“Ciao amore, oggi giornata ‘fra amiche’?”
“Eggià. Vado a fare la pazzerella in giro con la Titty!!!!!!!!!!!!!!! ❤ ❤ ❤ <3”

Mare aperto.
Queste due sfigate sono sedute alle estremità di un natante senza remi, senza motore, senza una vela. In un paesaggio anonimo. Una boa bianca con l’acronimo P.I.F.I.. Sembra non stiano nemmeno interagendo.
L’imbarcazione è vuota: non un libro, non una ricetrasmittente per comunicare un eventuale SOS, non una radiolina FM o dei cunei anali.
Una signorina regge una fetta di torta, una un pacco di PAVESINI. Quella che ingoia la torta fa quasi affondare la barca, l’altra le fa il verso come dire “COGLIONA MA COME TI VIENE IN MENTE DI MANGIARE LA TORTA SULLA BARCA? MANGIA I PAVESINI”. Così le lancia il pacco e ristabilisce l’equilibrio dell’imbarcazione.

TUTTO CIO’ HA PERFETTAMENTE SENSO.

Non avendo modo di muovere il mezzo ne immaginiamo i cadaveri straziati con i vestiti divelti da volatili senza pietà.

In realtà è un modo molto stupido per dirci che il biscotto è per l’appunto molto leggero, quindi non ci fa ingrassare, ed è digeribile, quindi non ci rende apatici.
Il punto è: perché realizzare uno spot così brutto? E’ sempre meglio il grande classico presente in molte fra le pubblicità dei “cibi leggeri”: piazzare una figa di legno magra che fa fitness e mangia i PAVESINI (piuttosto che fiocchi di latte, acqua o yogurt che fanno cagare tetraedri agli stitici), accanto a lei una cicciona con la bocca sporca di lasagne, acqua delle cozze, salsa cocktail che la guarda invidiosa e il gioco è fatto.

Come ogni prodotto di successo i PAVESINI presentano una confezione piuttosto sobria: non hanno bisogno di cazzatine estetiche perché sono conosciuti, avendo oltre mezzo secolo di storia alle spalle. E come ogni prodotto di successo con -per l’appunto- una lunga storia alle spalle non hanno mutato di moltissimo il loro packaging negli anni.

La scatola rettangolare contiene otto confezioni da undici PAVESINI. Anche in questo caso il classico che non muta nel tempo. Quante volte ci è stata infilata questa busta nello zainetto?

I PAVESINI sono una cialda dolciastra che non sazia, non soddisfa, anzi fastidiosamente rimane fra i denti. Possono avere un senso con un caffè non zuccherato o spalmati di qualsiasi cosa.
So che molti di voi non saranno d’accordo ma il pallone è mio e ci gioco solo io.

Ah sì, dimenticavo! Questi erano al caffè.
Sticà.

Voti!

Packaging: 3/5

Facilità di preparazione: –

Qualità del prodotto: 1/5

PAGINA FAN. Chi non si iscrive è un PAVESINO.

E’ vero: scrivo poco. Non aggiorno.
Cambiare casa però è un casino e ho avuto un crollo vertiginoso nella qualità del mio rapporto con il precotto o con il cibo confezionato in genere. Nel senso, con una cucina nuova sei tutto felice di friggere, impastare, mangiare cose che naturalmente ti uccideranno. Però vuoi farle tu. Poi mi è passata, ma ho avuto il trip per gli affettati: ho iniziato ad acquistare speck cotto e crudo, prosciutto cotto, salame friulano, piccante, fesa di tacchino, bresaola, mortadella, porchetta. E a mangiarne in quantità a pranzo, merenda o colazione. Non potevo farne a meno. Quando vivevo con la mia ex ragazza avevamo anche un’affettatrice che però non ho mai usato.
Ex che oltretutto mi starà leggendo e che approfitto per salutare: ciao Joanna Sebastiána Verón Carlos Humberto Paredes Monges Nelson Haedo Letsholonyane Valdez  Reneilwe Marcus Riquelme Hahnemann.

Ah, ho vissuto anche il trip delle centrifughe e dei frullati: ho acquistato -incredibile- un frullatore (un elettrodomestico che in 29 anni di vita non ho mai posseduto neanche quando stavo dai miei: giuro!). Così ho iniziato a frullare tutto: mele, pesche, fragole, ritter sport (non sono ironico), rucola, barbabietole, fruittella (non sono ironico), biscotti, zucche, peperoni, quaglie (non sono ironico), kiwi, ananas, limoni, marlon brando (sono ironico).
Dopo il trip centrifughe ho avuto il trip paste fredde, al trip paste fredde è seguito il trip frittate, al trip frittate è seguito il trip pasta con l’olio e il grana: poi ho avuto una sequenza di sfoghi che parevo uno spot contro il sesso occasionale

Che volete che vi dica, sono un po’ foolish, un po’ hungry, però ho conservato la mia carica di simpatia e di buon gusto.

Siete qui per un’altra ragione immagino, cioé vorreste leggere una recensione: e io. Beh, io potrei tirarmela tantissimo facendo credere che […] e chiudere qui, però ho già fatto le foto, ho già scritto il titolo quindi già sapete di cosa andrò a parlarvi.

Ci provano tutti: a fare i soldi, dico. Inventando slogan, disegnando loghi, architettando chissà quali stronzate per attirare la nostra attenzione. Come però ebbe a sentire quel fattone del piccolo principe, che per rilevanti problemi di socializzazione, schizofrenia sommati all’assunzione di acidi era solito conversare con le volpi: l’essenziale è invisibile agli occhi.
A cosa mi riferisco? Al rosa bauli, parte integrante della fortuna del marchio. Quel colore che racchiude in sé un migliaio di mattine in pigiama con la mano affondata nel cono rosa capovolto, alla ricerca di un pezzo di pandoro da strappare con le mani per tuffarlo nel caffelatte.
La Bauli però non si occupa solo di colombe e pandori ma anche di merendine.
Sigla!

Un’arca volante si posa in una zona rurale, da tale arca scendono dei bambini che si mettono ad abbracciare leoni e orsi.
Ovviamente ci hanno rotto la minchia per un paio di lustri dicendoci che se giocavamo a GTA poi uscivamo fuori a stuprare donne e a rubare macchine, o che avremmo avuto simpatia per il cannibalismo guardando “Il silenzio degli innocenti”, ma qui nessuno s’indigna se i bambini giocano con gli orsi ed i leoni.
I bambini dovrebbero essere consapevoli del fatto che se vanno con i loro MORBIDI AMICI BAULI del cazzo a zonzo in mezzo alla foresta a giocare con leoni e orsi (che generalmente necessitano di due distinti habitat, ma vabbé fa niente), gli stessi poi strapperebbero le loro carni a morsi dividendosi i loro intestini con il branco. E finirebbero in qualche sito splatter ripresi con un cellulare.


Bauli è come al solito impeccabile nella presentazione del prodotto e ci propone questa coloratissima confezione da 8 pezzi con tanti simpatici animali che si sono prestati da modelli per le merendine che andremo ad addentare.
Le versioni dei MORBIDI AMICI BAULI sono due e variano nel contenuto del ripieno: marmellata di albicocca o cioccolato.


(I MORBIDI AMICI BAULI in una foto di gruppo: a parte Bongo che tradisce una qualche forma di demenza gli altri risultano simpatici e -nota di merito- non hanno dei nomi particolarmente banali, come chessò come ELEFANTINO COCCOLINO, LEONINO SVENTRA COLON, che magari potrebbero avere maggior appeal. Si apprezza quindi questa scelta coraggiosa).
In un’altra zona della confezione c’è anche una piccola biografia di ognuno dei nostri MORBIDI AMICI BAULI, però questa zona non l’ho fotografata e sicuramente non mi metto a farlo adesso. Vi dico solo che Bongo viene etichettato come “scimmietta burlona”, insomma un modo carino per avvalorare la nostra tesi dicendo che è un ritardato.

Non so voi ma apprezzo quando all’interno di una confezione di merendine ogni singola merendina ha la propria miniconfezione colorata e non la classica bustina trasparente. Brava bauli. Ognuno dei nostri MORBIDI AMICI BAULI ha il proprio vassoietto di carta!

A parte la grave forma tumorale simile al carcinoma che ne guasta le gote, il nostro MORBIDO AMICO ha un ghigno simpatico. Vorrei capire a quale specie appartiene, ma la patologia di cui è vittima sfortunatamente me lo impedisce.

Il ripieno è molto generoso, il sapore estremamente gradevole. L’impasto si presenta compatto, questo fa sì che il prodotto non produca nessuna briciola. Per essere un prodotto confezionato, anche il profumo risulta notevole.

Ad ogni modo, il compito che Bauli si è imposta con il prodotto in questione è di creare una “merenda nutriente e gustosa, divertente e piena di sorprese”.
Io non ho mai capito questa storia del “divertente”. Molti prodotti da forno dalle forme non convenzionali presentano nella descrizione un riferimento al presunto divertimento che il consumo del prodotto dovrebbe portare.
Hey, lo so che è rivolto ai bambini! E Allora?
Non è che da bambino facessi cose tipo:

– pan di stelle
– tuffo nel latte
– PLONF!
– ahahahaha. ehehehe. pan di stelle.
– pan di stelle
– tuffo nel latte
– PLONF!
– ahahahaha. ehehehe. pan di stelle.
– pan di stelle
– tuffo nel latte
– PLONF!
– ahahahaha. ehehehe. pan di stelle.
– pan di stelle
– tuffo nel latte
– PLONF!
– ahahahaha. ehehehe. pan di stelle.
– pan di stelle
– tuffo nel latte
– PLONF!
– ahahahaha. ehehehe. pan di stelle.

Non me ne fregava veramente un cazzo del divertimento: certo, mi facevo stimolare dai racconti sulla genuinità posti sul retro della confezione, ma non ho mai avuto colazioni divertenti.
Ad ogni buon conto i MORBIDI AMICI BAULI sono un prodotto che mi sento di consigliare. 

Voti!

Packaging: 5/5

Facilità di preparazione: –

Qualità del prodotto: 5/5

Ricordatevi della PAGINA FAN, ci sono delle mie foto nudo e cosparso di cipster.

DIO – BAGIGI

Duericcheporzioni è assente da molto tempo. Il motivo? E’ presto detto.
Duericcheporzioni vuole smetterla di incitare, suggerire, incoraggiare il consumo di cibo precotto. Basta con scatole, scatoline, buste, sacchetti, saccocci. Perché farsi del male in questo modo? Cosa stiamo cercando di fare al nostro corpo?
E’ giusto sostentarsi di cibi preparati in questo modo?

Giovedì mi accingevo a prendere il treno per Manzano (Ud) per fare visita ai ragazzi della parrocchia di San Girolamo, così camminavo nei pressi del Silos accanto alla stazione dei treni qui a Trieste, erano le sei e venti di mattina e stavo mangiando un tronky alla nocciola. Il tronky ha il difetto di perdere pezzi di cialda. Così lo addento, mi si spezza per metà e cade tutto a terra. Due clochard si fiondano sul tronky alla nocciola e cominciano a prendersi a mazzate per raccogliere la mia merendina. Il sole di marzo stava iniziando ad illuminare la città, e un raggio di quest’ultimo indicava un piccolo ritaglio di erba e rami, ed una piccola piantina con delle bacche rosse che da bambini chiamavamo “stropaculi” (per i non triveneti: blocca buchi di culo), ancora inconsapevole di come questa avrebbe cambiato la mia vita.

“lasciate stare quella roba! la risposta alla vostra fame la trovate nella natura!

Mi chiedono un euro per un panino. E io voglio donare loro un fiore appena colto, una margherita e un abbraccio.
Così inizio a gettare loro addosso fogliame, manciate di terra e stropaculi a profusione. Vengo preso da un illuminante raptus. Li irroro di natura, di vita che nasce e cresce dal nostro pianeta.
Mostrano segni di collera, vogliono inseguirmi, e in un accento strano sembrano comunicarmi il desiderio di voler mettere in dubbio l’integrità morale di mia madre.
Scappo perché vedo che l’ira annebbia la loro capacità di comprendere e corro diretto verso il mio treno regionale. Seduto accanto al finestrino guardo i palmi delle mie mani sporchi di terra e capisco di aver trovato La Risposta.

Così una sera ero presente ad una cena sociale con degli amici, ed ecco che l’amico Riccardo lancia sul tavolo un prodotto della nuda terra chiamato “Bagigio”. Lo stesso prodotto era presente in enorme quantità all’interno di ceste sparse all’interno del locale. Vuole attirare la mia attenzione e ci riesce.


Il bagigio… alias un simpaticissimo bitorzolo color marrone chiaro. Delle piccole e curiose striature solcano la sua struttura. Mentre l’amico Riccardo ed io ridiamo assieme dell’allegra coincidenza celeste che ha fatto sì che al battesimo ci venissero imposti gli stessi nomi, mi dice che questo prodotto viene raccolto direttamente a terra.
Lo addento. E fa vomitare il cazzo. Un assieme di frammenti insipidi ed indigeribili riempiono la mia bocca, bocca che per l’occasione assume un’asimmetria che ricorda dei castighi celesti, tipo accidenti incurabili alla materia grigia e mi conferiscono un’espressione non particolarmente furba ed arguta.

Lui mi dice che sono un coglione (facendo riferimento ai due kiwi celesti che utilizziamo per dare La Vita) e che no, non si consuma così. Quello è l’involucro, il packaging che il signore ha voluto dare a questa creatura per far sì che i suoi inestimabili frutti potessero conservarsi nel migliore dei modi.


Mima con la mano il gesto che devo compiere per scoprire cosa si cela dentro il bagigio, ed ecco.


Assaggio una pellicina rossa dal sapore amarognolo, questo fa sì che l’amico Riccardo mi attribuisca ancora una volta aggettivi le cui etimologie rimandano a come i nostri avi erano soliti nominare i genitali del bestiame che conducevano al pascolo, esortandomi a rimuovere la stessa.
Per me è la prima volta, quindi con un ghigno cristiano mi fa capire di non portare rancore per la mia scarsa destrezza.

Ed ecco qui, alla tanto attesa prova sapore. Ma prima osservate la bellezza, la potenza emozionale di questo prodotto. Cercate di assorbire i millenni di storia che l’hanno lasciato intatto. E’ questa la vera bontà. Non cercatela in un prodotto i cui ingredienti sono soggetti ai dati di vendita, a spot accattivanti. Il vero sapore lo si trova nella vita.

E a proposito di sapore, questo è  molto caratteristico. Dovete provarlo, non c’è modo di descriverlo adeguatamente. E la difficoltà di preparazione (una scorza grossa più la scorzetta rossa non rendono facilissima la consumazione di questo prodotto) rende ancora più -permettetemi il termine- eccitante e soddisfacente la stimolazione delle papille gustative.
Assolutamente promosso.

Voti!

Packaging: 5/5

Facilità di preparazione: 1/5 (eheheh, cosa mi combini, caro Dio)

Qualità del prodotto: 423422352/5

Visto il crescente afflusso di gente che viene veicolata da queste parti dopo aver cercato risposte tramite google, è mia intenzione introdurre questa nuova rubrica, che verrà aggiornata con una periodicità che non avete idea.
Con essa si vuol fornire un servizio a tutti i teschi che a causa di poco accorti esperimenti culinari abbisognano di una mano, mentre hanno l’appartamento in fiamme e cercano “CUCINARE GALLINA FORNO NON MORTA”

Col cazzo!

Autore: Mario da Bassano del Grappa, padre di quattordici figli.

E’ arrivato il coglione!

 

 

 

Per queste e per molte altre richieste, potete seguire la pagina fan.

IL POLLO VIENE MORBIDO E SUCCOSO COME MAI

E’ arrivato il momento. Il suo.
Ho visto per la prima volta la pubblicità de IL SACCOCCIO alle tre di notte.
Mi addormento sul divano e mi sveglio proprio durante la proiezione di questo spot; so che potrò passare per un idiota, ma vi assicuro che sono in buona compagnia, se non altro; infatti, lì per lì penso: wow, grandioso. Pollo disidratato con le polverine a corredo. Che figata!

In realtà non è, come molti pensano, un pollo disidratato con le polverine a corredo, e per questa ragione è doverosa una premessa (inutile per chi ha compreso da subito l’utilità del SACCOCCIO ): SACCOCCIO che per l’appunto consta di:

1) busta di plastica trasparente

poi un laccio e delle spezie.
Tutto il resto è noia.
Cioè, è un po’ come quando andiamo in qualche squallido bazar e veniamo colti dall’irrefrenabile desiderio di acquistare qualche utile accessorio elettrico emanante radiazioni senza bollino CE, tipo, chessò, il pela-mango, l’avvita tibie o i fucili giocattolo che fanno “pem pem pem”. Usciamo dal negozio e leggiamo “BATTERIES NOT INCLUDED” e qualche altra scritta cinese che ci augura morte e pestilenza. Uno poi ci rimane male.

Questo è signori miei, un off topic. E’ un off topic perché ho dovuto ADDIRITTURA comprare il POLLO CRUDO.

(l’etichetta è al contrario perché WORDPRESS non mi fa roteare la coscia; continua ad uscire un errore e allora fanculo.)

Il nostro SACCOCCIO si presenta in due versioni: alle ERBE PROVENZALI e GUSTO SAPORITO con la paprika dolce. Scelgo la seconda.

I designer BUITONI hanno fotografato qualche coscia di pollo fumante con un forchettone che penetra una di queste; la stessa immagine è stata usata per entrambe le versioni, ponendo alla sinistra una cuffa di paprika o erbette.

Acquistando il prodotto al supermercato (1,29 €), come già ampiamente detto, ridimensioneremo le nostre aspettative con la chiarissima descrizione posta in alto a sinistra.

–> SACCHETTO E SPEZIE PER COTTURA AL FORNO.

Quindi per la trascurabile parte della composizione del piatto che prevede l’utilizzo delle carni di un pollo, vi dovete -per usare un termine caro agli inglesi- inculare. E’ un po’ come quando acquistate i preparati per torte a quattro e rotti euro, poi sul retro c’è scritto che la torta è facilissima da preparare: basta che aggiungiate uova, yogurt, lievito pane degli angeli, i capelli degli angeli, il cerume degli angeli, il latte, salsa chilli, pezzi di copertone, lustrini, code di lucertola, un frammento della sindone, uno scontrino del conad, IL PREPARATO PER TORTE, e poi le vostre amiche irsute si leccheranno i baffi.

La confezione del nostro IL SACCOCCIO è asciutta e gradevole. Le procedure sono illustrate da ampio materiale fotografico, a prova di cretino.
Gli strumenti sono posti alle due estremità: nella parte alta troviamo il sacchetto di plastica e relativo laccio, la parte bassa contiene le spezie.

Preriscaldiamo il nostro forno a 200 gradi celsius, con golosa curiosità.


Portando nel cuore la consapevolezza che il sacchetto contenuto nella confezione de IL SACCOCCIO è tarato per un massimo di 8 (otto) cosce o 1 kg pollo in qualsiasi altro formato, adagiamo le otto estremità dei nostri quattro simpatici amici Gallus gallus domesticus nella busta di plastica.

E’ estremamente difficile scrivere quando quello che stai facendo richiede l’utilizzo di entrambe le mani, era solito affermare John Holmes.
Il punto è, amici miei, che un piatto adatto a duericcheporzioni, dev’essere anzitutto realizzabile anche dal batterista dei Def Leppard.

Come abilmente si destreggiava fra i fornelli la mammina dalla duplice espulsione uterale -ma dal fisico mozzafiato- della pubblicità, così noi rubiamo il mestiere a cotanta massaia, e aggiungiamo le polveri sottili dentro il sacco con i pezzettoni di pollo.

Inserita la polvere nel sacchetto, lo stesso andrebbe poi sigillato e agitato. Come si fa con il pandoro dopo averci ficcato lo zucchero a velo, chiaro?

Così prendo la mia fotocamerina compatta del cazzo e metto lo scatto sport -quello con il logo del pupetto malforme che corre-, per i soggetti in movimento, insomma.
Ok, inizialmente sarà stata progettata per immortalare le prodezze balistiche del figlio di qualche povero cristo che guarda il torneo degli esordienti sotto la pioggia di domenica mattina, però ci provo comunque.



Così mi ritrovo a barcollare come un veterano del vietnam dopo due cartoni di vino rosso.
Non che da bambino covassi il desiderio di fare l’astronauta, però è proprio quando a ventotto anni mi ritrovo in piedi al centro di una cucina, con il braccio destro piegato innaturalmente poiché intento a fotografare quello sinistro che scuote furiosamente un sacco di plastica trasparente contenente cosce di pollo color rosso alieno, che comincio a sospettare di avere qualche importante problema di socializzazione.

E’ fondamentale che vi assicuriate di aver irrorato, per quanto possibile, tutta la superficie delle cosce con la PAPRIKA del nostro SACCOCCIO.

…per poi infilarlo nel forno.

Il sacchetto de IL SACCOCCIO è prodotto con un materiale particolare che resiste alle alte temperature, e non è adatto all’utilizzo nel microonde.
I tempi di cottura indicati sono rispettivamente di cinquanta minuti per il pollo a pezzi, e di un’ora per il pollo intero, consiglio vivamente di lasciarlo andare qualche minuto in più per ottenere un coefficiente di croccantezza maggiore.

Dopo aver tagliato l’estremità del sacchetto de IL SACCOCCIO, versiamo il nostro pollo nella teglia, nel piatto, o dove cazzo volete voi.

Ecco vuotato il saccoccio: vi assicuro che non ho ingerito della plastica, anche se un effetto ottico sull’ultima diapositiva fa credere il contrario. Ad ogni buon conto, il mix di spezie crea un sapore ed un assieme di profumi gradevole, e la salsina sul fondo è piccante il giusto e rimpiango di non aver aggiunto le patate ne IL SACCOCCIO.
Però se la praticità sta tutta nella possibilità di non sporcare una teglia io non so se valga davvero la pena di acquistare il SACCOCCIO BUITONI. L’Arostina o prodotti similari sono un’alternativa decisamente più economica e sicuramente meno macchinosa.
E adesso sotto con la Simmenthal.

Voti!

Packaging: 4/5

Facilità di preparazione: 1,5/5

Qualità del prodotto: 3,75/5

Per ottenere maggior prestigio e successo con le donne c’è la pagina fan. Non smetterò mai di dirlo.

Una zuppa ai funghi è buona se somiglia al risultato di un attacco di diarrea!diceva Nonna Svetlana.

Nonna Svetlana parlava un sacco di cazzate perché soffriva di una forma di demenza indotta dalle svariate malattie veneree che l’hanno colpita nel corso degli anni. Ora non c’è più e noi la salutiamo onorandone la memoria.

Nella nostra meravigliosa fanpage, si discute di quante nuove pietanze precotte stiano facendo il loro esordio sul palcoscenico dei supermercati (bella questa, eh?), c’è la busta con le polverine per cuocere il pollo chiamata “SACCOCCIO”, c’è la simmenthal che fa filetti e taschine di tacchino (o di qualche altra bestia).
Tutti prodotti che analizzeremo a tempo debito, oggi però persiste questa mia voglia di zuppe e minestre, così vi beccate una recensione lampo sull’argomento.
Qualcuno oltretutto lamentava il fatto che recensendo io alcuni prodotti di nicchia, poi, anche se buoni, potrebbero comunque risultare di difficile reperibilità e quindi il senso della recensione un po’ si sminchia.
Per tali cagacazzi sono andato alla COOP e mi sono preso un prodotto STAR.
Ce li avete i supermarket con i prodotti STAR?
No? Vivete in Cambogia?

Bon, comunque con Star abbiamo assaggiato solo il GRAN RAGU’, ed essendo un marchio conosciutissimo diciamo che non potevo non divorarmi la ZUPPOSA DEL BOSCO CON FUNGHI PORCINI E ZUCCA.

Lo ammetto: Non è stato amore a prima vista, quando ho letto “ZUPPOSE” ho desiderato spaccare un lavandino di ceramica in faccia all’ideatore di questo nome.
La confezione è decisamente fastidiosa, con una scelta di immagini più facilmente prevedibili della possibilità di trovare studenti fuori sede che fumano canne e cantano i gemboy a Bologna.

Due cappelle di fungo, una dritta e una storta per improvvisare una dispensa disordinata, una zucca, spighe, cereali. Hanno detto “facciamo il desain rurale!” e hanno piazzato un po’ tutto quello che nei tre led colorati che animano i loro pensieri rappresenta la campagna; diciamo che a parte un paio di trattori, una coppia di giovani che copulano dentro ad una fiat duna, un camionista rumeno che minge ai piedi di un pioppo con il camion Iveco in sosta con le quattro frecce, e blocchi di deiezioni bovine a random, non manca davvero niente.
Ah sì, manca il bosco, è una ZUPPOSA DEL BOSCO e non mi mettono le robe del bosco, chessò, tipo Gargamella.

La STAR anche qui si spinge oltre e dichiara che da questa roba salteranno fuori facili facili tre porzioni.

E, stigrancazzi, la novità è che non ci sono più i conservanti!
E’ dal 1984 che tutti si affrettano a liberare dai conservanti i propri prodotti, però quando andiamo a defecare ci sembra di apprestarci ad espellere la ghiaia dell’Isonzo.

Sul retro le pentoline disegnate sono carucce, non mi va di criticare chi ha disegnato le pentoline. Un plauso a te, disegnatore di pentoline: spero che per il prossimo prodotto tu ti riguardi un paio di episodi di Art Attack.
Ci segnalano che oltre alle ZUPPOSE DEL BOSCO troviamo anche i celeberrimi risotti, le creme e le minestre.

Dopo aver trascritto sul nostro quaderno delle ricette qualcuno dei preziosi consigli dello chef (che per questa ZUPPOSA DEL BOSCO ci consiglia di mettere pepe, parmigiano e di innaffiare il tutto con un bel cartone di Carmignano) ci mettiamo ai fornelli.

Sappiamo tutti come si fa: quantità variabile di acqua fredda (in questo caso, 750 ml) – si versa il contenuto della busta – si alza il fuoco alla grandissima fino ad ebollizione – si abbassa il fuoco fino a fine cottura. Cioé, io le foto le ho fatte, ma poi insomma si rischia di andare a ripetersi.

La piccola differenza è che nel caso della ZUPPOSA DEL BOSCO (di cui abbiamo anche la versione ortolana e rustica), vi è la possibilità di utilizzare la busta come dosatore da 500 ml.

Questo è il totale del prodotto ottenuto dopo il minutaggio di cottura suggerito (15 minuti).
L’odore non è male, così come la consistenza (oltretutto è uno fra i primissimi prodotti che recensisco che non annovera fra gli ingredienti elementi di natura sconosciuta).
Il sapore dei porcini è piuttosto intenso, però la consistenza del fungo è come… non so come spiegarvelo. Da ragazzini avete mai masticato un pezzo di scottex?
Ecco, i funghi di questa ZUPPOSA DEL BOSCO CON FUNGHI PORCINI ricordano la carta scottex masticata.
La zucca: latitante. Non ne ho avvertito la presenza, francamente. Le avranno tenute da parte per Halloween.

Il prodotto non è dei peggiori, la densità era davvero notevole; l’orzo, il riso ed il farro hanno tenuto molto bene la cottura.
Il costo è sensibilmente più alto rispetto agli stessi prodotti della concorrenza (1,89€), e non mi sento di affermare che questa differenza di prezzo sia realmente proporzionale alla qualità.

Voti:

Packaging: 1/5

Facilità di preparazione: 4/5

Qualità del prodotto: 3,25/5

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