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Archive for agosto 2014

 

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Cos’era per me la cucina a vapore, prima della vaporiera che la mia signora ha acquistato?
Era l’attesa al ristorante cinese dei ravioli al vapore. 
Se ordinavi quelli normali aspettavi pochissimo, il giusto. 
Riso cantonese, tempo di attesa: 3 minuti.
Pollo piccante, tempo di attesa: 4,5 minuti.
Nuvolette di drago: pronta consegna.
Ravioli a vapore: due ore e 38 minuti.
Se li ordinavi al vapore sapevi che avresti dovuto attendere di più perché, appunto, li fanno a vapore.
Chissà a cosa serve, mi chiedevo. Mi sembrano uguali agli altri, dicevo.
Fatto sta che nel tempo in Cinciuncian serviva i miei ravioli avevo già mangiato le nuvolette di drago, morso il pollo piccante, deglutito il riso cantonese, i germogli di soia, ruttato gamberi sale e pepe, masticato un pezzo di labrador sparito due mesi prima al mio vicino di casa e affettato la prozia di Uanginkao.
Però nel raviolo a vapore crescevo la consapevolezza e avvertivo sulla pelle una ritualità che impreziosiva, da sola, tutto il contesto: immaginavo una parte della cucina adibita appositamente per questo e quindi le musichette asiatiche del cazzo suonate con il shamisen, liuti e tibie del nonno, mentre una puttanellina simile alla protagonista di “Memorie di una Geisha” vestita con il kimono e le infradito con le calze titillava un arnese in bambù simile ad un cestello.
Era giapponese? Fregancazzo.
Lei era una dea, l’unica addetta alla preparazione del raviolo a vapore che aspettavo dodici ore, però era a vapore e quindi viva viva l’olio d’oliva, come diceva la pubblicità.
Non pisciava, non scoreggiava, non ruttava. Era sempre truccata come Gene Simmons, ogni giorno, tutti i giorni. 
La mattina si alzava, faceva qualche rituale autistico giapponese/cinese cazzoneso, prendeva un paio di badilate sulle gengive dal padre severo, e poi di corsa a fare ravioli. E poi il sachè della sera per il genitore autoritario. La madre era morta. Ovviamente. 
Ed era buona. Ovviamente.
Ed era morta di una malattia imprecisata nel letto di casa mentre la figlia le poggiava bende bagnate per farle scendere la febbre.
Era morta nonostante la visita domiciliare di un medico munito esclusivamente di valigetta marrone e stetoscopio.
Poi magari aveva solo un ascesso ai molari, però intanto è fatta. La vecchia ha fatto crac.
Kaputt. Arigatò. Arimortè. Kittammuort.
Nemmeno il tempo di rammentare le ultime disposizioni della madre e altre amenità sul senso dell’esistenza che subito di corsa si prodigava, di nuovo, a preparare ravioli e sakè.
Ravioli e sakè.
Sakè.
Ravioli.
Nemmeno il tempo di dire grazie alla genitrice per averla messa al mondo e aver predisposto per ella un’esistenza così ricca e varia, avendo sposato un uomo instabile, violento e con una singolare dipendenza da sachè. Di meglio potrebbe esserci solo un nuovo coinquilino come il padre, magari un alcolizzato come Roberto Sedinho che, in cambio del vitto e l’alloggio le promette di farla entrare nella nazionale under18 ghanese di Cricket.
Esce solo per fare la spesa, incontra ogni giorno un giovine dagli occhi azzurri, la famiglia bene e la minchia tanta. Le vengono i zigomotti rossi perché lui dietro alla patina di gentilezza aristocratica cela la voglia di chiavarle anche i bulbi oculari. Non può, così corre a casa con la busta della spesa di cartone (contenuto: alcool etilico, riso fermentato, bicchierini da sakè), mentre le lacrime colano dal viso formando rivoli di mezzo metro. Poi le cade tutto a terra ed il giovane tenta di soccorrerla (ed assistere ad un upskirt dal vivo), però lei si nega e corre nuovamente a casa del padre. Senza voltarsi indietro.
Apro gli occhi con la consapevolezza dell’età adulta, ho trentadue anni. Era tutta una pia illusione di quegli anni novanta.
Niente geishe disciplinate, niente padri autoritari, niente musichetta del cazzo.
Oggi scopro che probabilmente i miei ravioli li preparano -e li preparavano- con gli sputi per dargli l’effetto glassa e li cuociono con il vaporetto ponti preso su Mondialcasa. E scopro che con tutta probabilità la geisha era una gaia e simpatica fantasia adolescenziale, TUTTAVIA.
Tuttavia.
Da ogni delusione si può trarre anche una parte edibile che in questo caso si rifà tutta sul valore salutare che la cucina a vapore porta con sé.
La cucina a vapore conserva le proprietà degli alimenti, lascia intatte tutte le caratteristiche organolettiche dei cibi. Mastico carote e patate.
Mangiare è sognare.

 

 

 

 

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