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Archive for the ‘Primi’ Category

I funghi rientrano nella top5 dei miei alimenti preferiti. In vita mia ho sperimentato molto spesso prodotti precotti a base di funghi, i quali inevitabilmente attirano la mia attenzione su qualsiasi scaffale di qualsiasi supermercato.
Molto spesso (quasi sempre) i risultati sono stati deludenti: funghi di cartone, insipidi, spappolati, che sanno di qualsiasi altra cosa fuorché di fungo. C’è da dire che nella gran parte dei casi i funghi in questione erano essiccati, il che ovviamente dona a tutto un grande alone di incertezza.

Sigla!

La nonna e cappuccetto rosso potrebbero tranquillamente raccogliere dei funghi approfittando del fatto che vivono vicino ad un bosco e preparare della pasta sublime seguendo le svariate ricette della tradizione, a questa alternativa però preferiscono delle tagliatelle surgelate.
Questo fatto fornisce in modo indiretto una spiegazione sul fatto che cappuccetto rosso abbia scambiato il lupo per sua nonna solo perché lo stesso era vestito in pigiama. E’ una rincoglionita.
Oltretutto, un lupo entrerebbe comodamente nel pigiama di vostra nonna?

Si diceva che il cacciatore che ha appena salvato entrambe dal lupo cattivo aspetta il pranzo.
Quando le due portano la padella sulla tavola e iniziano a spartire le TAGLIATELLE AI FUNGHI PORCINI lasciano il suo piatto vuoto come punizione per aver ucciso l’animale, quasi ignorando il fatto che se non fosse stato per quel baffuto signore queste due squinzie sarebbero ancora alloggiate nello stomaco del lupo pronte per essere divorate dai succhi gastrici e farsi un giretto nel tagadà del suo colon.
Se non era nelle loro intenzioni consumare il pasto assieme al cacciatore per quale ragione la tavola è apparecchiata anche per lui?

I QUATTRO SALTI IN PADELLA sono suddivisi in quattro categorie: le ripiene, le classiche, le specialità e i contorni. Mi sfugge come mai queste TAGLIATELLE AI FUNGHI PORCINI non figurino fra le classiche, giusto per fare i pignoletti.
La confezione è asciutta e ben realizzata secondo il consueto schema: logo in alto, scrittona con la denominazione del prodotto impressa in una fascia a ridosso del centro, immagine a scopo illustrativo che invoglia all’acquisto. I colori predominanti sono autunnali. In basso a sinistra ci viene segnalato che ci sono 50 grammi in più (la confezione è da 600 grammi totali).

Il retro è diviso in due colonne (chiamiamole così), in quella di sinistra si inizia con la solita-melensa-trita-ritrita nenia sul fatto che questo non è un semplice piatto di pasta surgelato, ma un’esperienza ultrasensoriale, non è piallata in una busta di plastica da macchinari industriali, ma è preparata con passione, le materie prime non vengono scelte seguendo una fisiologica esigenza di bilancio… no no, qui troviamo la roba migliore, la genuinità. Un piatto che “noi di Findus dedichiamo a te”.



Nella colonna di destra un’ulteriore geniale autofellatio riempitiva che sa tanto di “scrivo qualcosa se no c’è uno spazio vuoto e il DIRETTORE DEI DISEGNI MI FA IL CULO E POI MI TOCCA DISEGNARE ALTRE ROBE A FORMA DI FUNGO” in cui viene praticamente detto che il segreto delle TAGLIATELLE AI FUNGHI PORCINI DEI QUATTRO SALTI IN PADELLA sta nel fatto che ci mettono i funghi porcini.

Dopo il solito disclaimer in cui ci viene detto che il prodotto va consumato previa cottura. (Ok che siamo in sessanta milioni, alcuni dei quali traggono piacere sessuale giocando con vasi di colla vinilica o travestendosi da Ilda Boccassini, però, insomma, il cibo mangiato surgelato no, dai!) arrivano le istruzioni sulla preparazione.
Preparazione che è a prova di cappuccetto rosso.

– due cucchiai d’olio e una padella

– un paio di giri con il cucchiaio di legno

il tutto mentre riscaldiamo il prodotto a fiamma media. Media! Mi raccomando, se no bruciate tutto.
Anche se fate uso di cannabinoidi e vi mangereste la bachelite divorati dalla fame chimica attendete, attendete, attendete. Tutto deve andare a fuoco medio. La genuinità è una donna che va corteggiata a lungo: sei minuti, in questo caso.

Le porzioni indicate nella confezioni sono due: ci può tranquillamente stare. Mi sono scofanato una confezione in completa solitudine, ma sono una fogna vivente quindi non faccio testo. Due persone normali possono saziarsi con i seicento grammi presenti in questa confezione.
In ogni cibo precotto che si rispetti c’è Il Suggerimento.

In realtà la frase qua sopra potrebbe tranquillamente essere una postilla legata all’immagine frontale del prodotto nella quale figura anche una foglia di prezzemolo. Metti che qualcuno faccia causa per milioni?
“sa, mi aspettavo la foglia di prezzemolo. La mia vita da quel momento è stata rovinata. Per sempre”. Pem! Cause milionarie come fossero funghi (per l’appunto).

Comunque, pur non capendo cosa loro intendano per creatività, visto che il prezzemolo sulle TAGLIATELLE AI FUNGHI PORCINI è creativo quanto infilare una mela in bocca al maiale arrosto, decidiamo di seguire la corrente.

Diciamolo: questa roba fa schifo. Davvero, non ho parole. Quattro pezzi di fungo in croce (il resto è una salsa ai funghi biancastra e iperaromatizzata con un gusto che va dal dado al preparato per arrosti).

Considerato il fatto che generalmente quello in questione è un prodotto abbastanza costoso (offerte del momento escluse) rispetto ai cugini di sottomarca, cosa vogliamo fare se non dire “e che cazzo”?
Bocciatissimo.

Voti!

Packaging: 4/5

Facilità di preparazione: 4/5

Qualità del prodotto: 1/5

PAGINA FAN, ve la ricordate?

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Vi ho lasciati con l’arrivo dell’estate e con la degustazione del CUCCIOLONE ALGIDA, vi ritrovo con i primi sussulti del generale autunno (era “generale inverno”? E chi se ne fotte! Sto via quattro mesi e mica mi farete i pignoli, no?), quindi la voglia di stare al caldo e di consumare un bel minestrone in busta.
Scelgo un prodotto indie, di un’azienda che nessuno di voi -tranne avanzi di galera e morti di fame- conoscerà.

L’inverno scorso ci occupammo della PASTA E FAGIOLI COOP, oggi ci dirigiamo in Toscana, assaggiando la holaholaholahannuccia… (ahahah, sono rimasto lo stesso mattacchione di prima), dicevo, assaggiando la ZUPPA DI FARRO ALLA TOSCANA.

Con questa busta da 89 centesimi di euro, gli amici del FIORILE puntano in alto: desiderano sfamare tre persone con 110 grammi di ZUPPA DI FARRO ALLA TOSCANA, infatti in alto a sinistra appare l’angolino rosso con la scritta “3 PORZIONI”.

Abbiamo già discusso di come i marchi più o meno conosciuti puntino sul genuino, ovvero sul fatto che la bontà della produzione elimini le differenze con gli stessi piatti fatti in casa. Un altro termine di cui spesso si abusa è “TRADIZIONALE”.

Fra gli ingredienti è -con grande sorpresa- presente il farro, poi i fagioli e per non far mancare il peso morale della tradizione toscana troviamo una bella manciata di lattosio e glutammato monosodico che le nonne a Follonica (GR) coglievano quotidianamente dai campi per preparare le zuppe.
Le procedure per la realizzazione di questa ricetta sono conosciute da noi fedeli consumatori di prodotti disidratati, ma il team del FIORILE riesce a fornire una spiegazia anche ai novellini.

La figura di una testa sprovvista di bulbi oculari e dentizione, con un ciuffo emo e copricapo da cuoco ci guida e ci assiste nella preparazione.

Il cuoco ipovedente emo verserà quindi 750 ml di acqua fresca nella nostra pentola, e il contenuto della busta (busta che nella diapositiva acquista la forma di un porta scopettone per il cesso).

Mentre un ectoplasma somigliante a Casper si eleverà dal pentolone, il provetto cuoco mescolerà di tanto in tanto a fuoco medio la nostra ZUPPA DI FARRO ALLA TOSCANA, i suoi fagioli “satellite” (pervenuti nel nostro censimento: uno per ogni quaranta grammi di prodotto) e il farro.
Tuttavia, l’acquirente potrà forse cogliere un’ambiguità di fondo nella tempistica consigliata per la preparazione, ovviamente gli amici del FIORILE nell’elaborazione del piatto avranno discusso animatamente sul minutaggio necessario, si saranno create delle violente correnti che anteponevano i dodiciminutisti che si sono accaparrati il retro.

Contrapposti ai dieciminutisti, che avendo spuntato la lotta intestina con la prima fazione con metodi squadristi e antidemocratici, si sono aggiudicati la parte frontale della confezione. Voi fate un po’ come cazzo vi pare.

Alla fine il risultato sarà comunque questo (questo blog appoggia i dodiciminutisti, qualsiasi polemica contro la mia corrente verrà censurata: siete avvisati), ovviamente acquistato il prodotto e lasciandolo sul fuoco per SOLI dieci minuti resterete sempre con il dubbio di come sarebbe stato il vostro piatto con due minuti di pazienza in più.

Questa zuppa rievoca le immagini genuine dei primi anni del secolo scorso: la gente morente di tubercolosi in vicoli ciottolosi di piccole province della maremma, la lebbra, le sberle sulla coppa come motivo di intimidazione, la dissenteria fulminante, la diuresi involontaria durante eventi mondani.
Non avete capito cosa intendo?
Che è buonissima.

Voti:

Packaging: 2/5

Facilità di preparazione: 4/5

Qualità del prodotto: 0,5/5 (per la stessa cifra meglio una zuppa della COOP)

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO:

E il concorso?
Lo ha vinto Francesca (numero due), che ha richiesto espressamente di non ricevere alcuna celebrazione. Il primo premio (100 grammi di pesto alla genovese) però glielo mando con calma, non per altro, ma dopo quattro mesi sono riuscito ad acquistarlo.

Di questo pesto giace nella mia casella di posta una recensione realizzata dalla genovese Larrycette, che sarà pubblicata in settimana.

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Dall’oggetto qualcuno avrà pensato che io mi sia messo a recensire giochi del Sega Master System, in realtà oggi per duericcheporzioni è un giorno speciale perché farà una puntatina sull’etnico, dopo la cocente delusione ricevuta dalle GIRAVOLTE GUSTO MEDITERRANEO.

Quando vedo le diapositive di qualche fortunello che ha avuto l’opportunità di recarsi in Giappone, sono sicuro che prima o poi mi imbatterò in immagini di cibo, magari tratte da qualche mercato, o da qualche tavolata.
E via con la rassegna di maialini vivi appesi, pesci crudi infilati in stuzzicadenti e venduti da qualche ambulante. Uomini senza denti ed in ciabatte che sorridono con teste di salmone giganti a fare da sfondo. Confezioni di frutta coloratissima e della stessa dimensione. Liquidi trasparenti dove galleggiano oggetti non identificati. Bevande viola.

I noodles sono semplicemente pasta orientaleggiante. Qualsiasi cazzata tenteranno di dire tappatevi le orecchie e fate “bla bla bla bla”. E’ pasta.
Quando devo rispondere “noodles” alla domanda “che cos’hai mangiato oggi?” e quando sento controbattere “nuché” a tale risposta, allora mi barrico dietro una frase, forse sciocca, ma che fa capire subito di cosa si parla: “sono gli spaghetti manga!”.
E’infallibile.
Certo, se, avete una storia d’amore a distanza con un tizio conosciuto sul forum di Jasuko e Nacagami, ed il vostro interlocutore nonché partner è siculo, magari vi risponderà “Che cooosa? Spaghetti della menghia? Dimmi dove sei! Bottaaana!”, in tal caso riaggangiate, rinunciate alla spiegazione, e consumate il vostro piatto lasciando il vostro compagno con il dubbio sulla natura dei vostri spaghetti. Tanto a noi uomini piace arrovellarci nell’incandescente brace dell’insicurezza.

Faccione giganti e bacchette affondate in bicchieroni di plastica, dai quali usciva un lungo ed ininterrotto filo di spaghetti fumanti. Questi sono, per me, i noodles.
Poi è possibile che qualcuno fra i gentili lettori che si sia letto tutte le trecentoventi serie di Capitan Tsubasa voglia contraddirmi, ma noi faremo finta di niente.

Perché una persona dovrebbe acquistare una confezione di noodles?
Costano pochissimo (1,30 alle COOP).
Si preparano immediatamente.
Non sai cosa mangi, ma ti sazia.

In alto un drago blu rattrappito e un po’ sbilenco con la lingua di fuori e la scritta “BLUE DRAGON” nel mezzo.
La parte centrale è la classica nipponata: “3min Noodles” scritto a mò di insegna luminosa di una pensione a ore.
Il lettore medio di Naruto ci dirà che è triste banalizzare in questo modo una cultura millenaria fatta di samurai e uomini che si tagliano il mignolo, però, insommma, voglio ben vedere se le confezioni di “Spaghetti Pummarola” nel reparto etnico del supermercato di Osaka non hanno immagini de “Il Padrino” o mandolini color marrone.

La foto non è a fuoco, ma risulta essere il tentativo di scatto numero quattrocentoventicinque, quindi tentate di apprezzare la buona volontà.
Le istruzioni di cottura sono semplici da seguire.

Il contenuto si compone di questo agglomerato di spaghetti, dal quale si stacca inevitabilmente qualche ricciolino che voi potrete assaggiare direttamente dal fondo della busta, trovando più di qualche reminiscenza con le amate cipster.

Dimenticavo: le varianti da me reperite sono due. Una al pollo e pepe nero, l’altra al pollo con chilli. Ed è proprio della seconda che ci occuperemo.
Adagiate, assieme all’agglomerato visto prima, troveremo queste due bustine. Una, grigia e simile a quella di un profilattico conterrà una polverina che riassumerà nella sua consistenza polverosa le parti nobili del pollo. L’altra, trasparente, è il gioioso assieme delle spezie piccanti.
Scelta lodevole il fatto di dividere i due elementi, così un individuo, uno qualsiasi, chessò, magari mentre sta per disegnare il Drago Dalla Lingua Biforcuta sulla Smemo, potrà scegliere quanta piccantezza implementare al suo piatto.

Si ficca il mattoncino nell’acqua bollente (250 ml). Il mattoncino continuerà a perdere frammenti di simil cipster nell’acqua, e voi, bestemmianti, già saprete che gli stessi non saranno poi ripescabili dalla forchetta, e sarete costretti ad un umiliante risucchio.

Dopo tre minuti di orologio, gli spaghetti saranno pronti in una pozzetta d’acqua, come piacciono tanto a noi.
Agli stessi andranno poi aggiunti gli altri Ingredienti Misteriosi.

La polverina marrone chiaro conferirà il primo tocco al vostro piatto, il quale tuttavia andrà completato con la busta numero due…

Mescoleremo il tutto, et voilà.

Stantufferemo virilmente il nostro viso nel piatto, godremo degli effluvi piccanti come se ci fossimo iniettati Rinazina Spray Nasale direttamente sull’arteria carotide. Ci renderemo conto che, forse, il contenuto di una bustina è eccessivo. Ma sprezzanti del periglio affonderemo le nostre gote nel piatto, fino a non lasciare nemmeno una goccia dei nostri 3MIN NOODLES CHICKEN AND CHILLI.

Voti:

Packaging: 5/5 (BELLO!)

Facilità di preparazione: 5/5

Qualità del prodotto: SV (oh, non so se mi sono piaciuti. però non posso smettere di mangiarli. è un brutto segno?)

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

Continua il concorso. Votate!, e accedete alla pagina fan, community ormai nutrita e dalla vita spirituale intensa.

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Come nel caso di Giovanni Rana -colui che dicevamo rappresenta il protagonista in ogni spot- anche il gruppo “Riso Scotti” vuole metterci la faccia. La faccia di un omonimo, per l’esattezza.

Filocraxiano negli anni’80, prima DJ, poi presentatore, deputato con Sandra Milo (farà da apripista alla nuova classe dirigente, con le varie Carfagna, Carlucci, Mark Lenders, eccetera), attore di sit-com di bassa lega, Gerry Scotti è la punta di diamante del gruppo Mediaset; ha trasformato in oro molte fra le produzioni che lo hanno visto anche solo nelle vesti di semplice collaboratore.
Sempre simpatico ma mai melenso, colto ma non spocchioso e con l’innata capacità di appropriarsi di slogan che poi restano nel linguaggio comune.

Oddio, non rispondo mai al telefono urlando “Dottor Scotti!”, però, insomma… avete capito.

Gerry Scotti interpreta se stesso in una miriade di spot del gruppo “Riso Scotti”. Probabilmente se ad un amico dicessi che per il mio sostentamento seguo i consigli di un ultracinquantenne con oltre un quintale di peso, candidato ideale per infarto diabete ed ipertensione, mi darebbe dell’imbecille. Però Gerry, con questo viso pacioso, queste guance mascarate, piene di benessere, così generose che sembrano contenere sempre gli avanzi degli ultimi tre pasti, è perfetto per il ruolo.

Ho la necessità di trattarmi bene. Quest’oggi nessuna fetta di pizza, timballo, minestrone si mescolerà ai miei succhi gastrici. Oggi -e maledetto il cazzo se non è vero- faccio il signore: mangio il RISOTTO DEL DOTTOR SCOTTI CON TARTUFI. Se dicono TARTUFI le cose sono due: o ne miscelano diverse varietà, oppure ce n’è talmente tanto che dare del RISOTTO AL TARTUFO a questo RISOTTO DEL DR SCOTTI CON TARTUFI sarebbe limitativo.
Questa elegantissima confezione con logo gigante non necessità di accurate descrizioni: le informazioni sono ridotte all’osso, e le porzioni specificate sono tre o quattro. Si punta tutto quanto sulle asfissianti campagne pubblicitarie (di enorme successo, peraltro).

Il dottor Scotti ci presenta così la sua gamma di prodotti:

“DA RISO SCOTTI NASCE UN NUOVO STILE ALIMENTARE, PER CHI AMA LE COSE BUONE, VUOLE ANDARE A TEMPO CON IL TEMPO ED E’ ATTENTO AL PROPRIO BENESSERE SENZA RINUNCIARE ALLA TRADIZIONE. PER CHI SA APPREZZARE I PIACERI E LA QUALITA’ DELLA VITA, VIVENDO POSITIVO, CON GUSTO E SECONDO IL PROPRIO STILE.”

Sì! Sono proprio io! Mi ci riconosco!
Io amo le cose buone!
Sono attento al mio benessere, ma non rinuncio alla tradizione!
E, qualsiasi cosa significhi, voglio andare a tempo con il tempo!

Il riso non è prebollito, per questa ragione la procedura da seguire è comune a quella di un normale risotto homemade, quindi per la prima volta da quando mi occupo di questo blog, devo perdere del tempo a cucinare, ad ogni modo: si scalda dell’olio extravergine in una padella e ci si schiaffa sopra il riso facendolo tostare. Poi si aggiunge il vino fino alla sua evaporazione, infine del brodo (rigorosamente granulare, ovvio).

Controllo il grado di cottura, aggiusto di sale con tenacia, correggo con il brodo e giro il mestolo come il Gualtiero Marchesi dell’Esselunga. Vado a tempo con il tempo, tuttavia il tartufo ancora non sprigiona tutti i suoi aromi ma è possibile che il DOTTOR SCOTTI voglia riservare una grande e piacevole sorpresa per il finale.

Verso parte di questo RISOTTO DEL DR SCOTTI CON I TARTUFI nel mio fedele piatto bianco. Si può aprire una disputa sulle porzioni (due abbondantissime, oppure tre, aggiungendo un secondo), ma poco si può dire sulla bontà del prodotto. Il sapore di questo RISOTTO DEL DR SCOTTI è anonimo, da mensa dei Frati di Gonars (UD). Nonostante sia stato cauto nella mantecatura il risultato non è molto distante da un’inutile sbobba.
Ah, Gerry, vaffanculo.

Voti:

Packaging: 4/5

Facilità di preparazione: 2,5/5 (gli imbranati dovrebbero starne lontani)

Qualità del prodotto: 2/5 (un risotto ai tartufi che non sa di tartufi)

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO:

Sulla pagina fan di Facebook c’è anche Beppe Bigazzi: ospiti in studio Birba e Gargamella.

Continua inoltre la ricerca di un nuovo header. Ho tre proposte, di tre gentili lettori, ma vi lascio ancora un po’ di tempo. I dettagli li trovate sul post precedente che non linko perché non ne ho nessuna voglia.

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Giovanni Rana è per me un’istituzione. Non c’è termine che lo possa descrivere meglio.
Nasce pastaio, in un laboratorio minuscolo, accresce la sua fama, sino a diventare proprietario di una multinazionale che distribuisce i propri prodotti su tutto il pianeta, ma ha il volto umano di un nonnetto che passeggia al parco, ma l’elasticità per gestire una pagina su facebook a settantanni suonati, dove crea delle filastrocche con i suoi prodotti come soggetto. Esempio: (cito testualmente)

rincasando col tramonto, son due le constatazioni: le giornate son più lunghe e stasera……. RAVIOLONI!!!!!

Egli è fra i primi imprenditori (se non addirittura il pioniere della categoria) a decidere di mettere la propria faccia negli spot, dei quali generalmente è il protagonista, con tanto di divisa da pastaio e mattarello d’ordine.
Le pubblicità ce lo disegnano come il bonaccione che entra in casa e raccoglie la pasta dall’acqua bollente per testarne il grado di cottura, oppure che si mette a tavola nell’intimità di una cena in famiglia per commentare la ruvidità e lo spessore delle sfoglie. E via via sempre ad essere più presente, di casa in casa; non mi meraviglierei se fra qualche tempo in uno spot lo vedremo in pantofole mentre, appena sveglio si gratta i coglioni, chiedendo dov’è la Gazzetta a che ora si mangia.

Sigla!

Immagini e suoni. Un tuorlo cade su di una montagnola di farina. Impasti impastati. Verdure tritate. Battuto sul fuoco. Aldo Busi. Ragù a lenta cottura. Pasta stesa. Besciamella sul fuoco. Magnum P.I. Grana grattuggiato. Coda con voce impostata che dice cose in modo casuale, e il nostro Giovannone che annusa le lasagne e si compiace del lavoro fatto.

Nella giornata di ieri mia sorella acquista questo prodotto e lo lascia nel frigo, poco dopo mi arriva un sms da un mio amico di Padova, che scrive “Devi recensire le lasagne di Giovanni rana. Spaccano!”.
Così mi rendo conto di quanto sia meravigliosa la vita. Fuori c’è il sole, la temperatura è di 16 gradi. Cosa c’è di più bello che fagocitare una porzione di LASAGNE FRESCHE ALLA BOLOGNESE di GIOVANNI RANA?

Ragazzi, scordatevi del glutammato, della gomma di gellano, del cartoncino crisp: qui siamo su altri livelli.
La raffinatissima vaschetta in plastica contiene a sua volta una vaschetta in alluminio. La parte frontale è la sintesi del prodotto: un’immagine a scopo illustrativo della solita subdola lasagna perfetta, ma al centro uno spazio trasparente per vedere il prodotto; in alto a sinistra Giovanni impasta. Come dire: e sai cosa mangi. La plastica viene via facilmente, non devi rosicchiare gli angoli con i denti, nè creare ordigni esplosivi o infilare il coltello nell’involucro: in basso a destra c’è il triangolino che aiuta a sollevare il lembo e a rimuovere tutto. Il lembo funziona, però! Giovanni, spacchi culi anche quando si tratta di fare le confezioni.
Al centro, un bollino giallo tortellino (ha! ha!) palesa il prezzo. 2,99 al posto di 3,99. Ma sotto al prezzo leggo l’URL di un sito che si chiama STASERADAME

STASERA
DA
ME

Giovanni Rana organizza qualcosa per Me ed i Miei amici?
Ma ci sarà anche lui? Perché se c’è i miei amici possono perire fra le fiamme. Sono anni che sogno di andare a cena con Giovanni Rana.
E se c’è, possiamo stare lì a parlare come vecchi amici?

“Oi, Giova… buoni gli SFOGLIAVELO, sapessi cosa ho dovuto mangiare per tutto questo tempo. A proposito, parliamo di figa?”

“Se tu mangi gli agnolotti, anal puro e zero rimbrotti!”

“Mi passi il sale?”

“Non fa male: Se la donna fa il musone, sale, ceci ed il raviolone!”

“il sale, cazzo. Me lo passi?”

“Sei testardo come i sassi. E se il gas ti danneggia gamba destra alzata e via con la scoreggia!”

Il sogno si esaurisce ben presto. Mi collego al sito alla sezione “regolamento”, e scopro che i premi sono una sorta di pantomima per fare dell’ulteriore pubblicità ai prodotti.
Come terzo premio troviamo il seguente pacchetto:

c) Serata MAGIC NIGHT: serata di intrattenimento con un cuoco (che farà degustare i prodotti RANA) e un mago che effettuerà uno spettacolo di magia per adulti e bambini. Durata 2 ore circa, valore stimato Euro 1.500,00;

“benvenuti alla serata mezic naight. non zè trucco non zè inganno. ora vi fazzo vedere io come sparissie il coniglio. oh bella signora salga qua sul palco che faziamo l’esperimento mazico del tortelino. attilio, va là, portami il matterello e la farina! bambini mettete le manine davanti agli occhietti! sorbole!”

Le modalità di preparazione sono due (forno tradizionale e microonde), anche se dalla stessa Giovanni Rana corporescion è fortemente consigliata la cottura nel forno, elemento appreso grazie alla dicitura sul retro.

Queste lasagne sono un puro concentrato di bontà. Vi direi “sono proprio come quelle che fa la vostra mamma”, poi però già immagino i commenti di chi rivendica una madre con una capacità lasagnatoria vicina al creatore. E allora vi dico “sono come quelle di una buona gastronomia”. Il ragù è vero ragù: con un sapore delle carni eccellente e non coperto dalla besciamella che ha il giusto tocco di noce moscata. Sopra, una copertura di grana grattuggiato impreziosisce le nostre LASAGNE FRESCHE ALLA BOLOGNESE. I bordi della pasta sono rinsecchiti: errore commesso molto frequentemente quando non si lessa a dovere la lasagna, prima di immergerla nell’acqua.
Per 2,99 è un affare per un prodotto nettamente sopra la media.
Giovanni Rana ha commesso anche degli strafalcioni, quindi prima o poi arriverà anche un articolo a proposito.

Voti:

Packaging: 4/5 (essenziale e diretto)

Facilità di preparazione: 5/5

Qualità del prodotto: 431243142356125/5

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO:

Ficcatevi nella pagina fan di Facebook.
Frizzi, lazzi, rimedi per il fetore ascellare.

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“Viva La Mamma” è una grande linea di prodotti dello storico marchio Fratelli Beretta in associazione con Fleury Michon, colosso europeo dei prodotti pronti.

“Grande” in quanto ricca, poiché sotto il logo di Viva La Mamma possiamo trovare una moltitudine di lasagne (sette varietà!), minestre, primi, uno o due piatti etnici, insalate di riso. Mentre sto scrivendo, le LASAGNE AI FUNGHI PORCINI E SPECK stanno scaldandosi nel forno e non ho la più pallida idea di cosa mi aspetti, non avendo mai provato alcuno dei prodotti appena citati.

Che sia stata premurosa o disattenta, presente o latitante, coccolona o Annamaria Franzoni, “Viva la Mamma” cerca di accalappiare il cliente italiano tirando in ballo ciò che ha di più caro al mondo: la donna che lo ha espulso dal proprio utero, la propria genitrice, la mammina.
Le LASAGNE AI FUNGHI PORCINI E SPECK vengono issate da una paletta bianca nella solita rappresentazione grafica assolutamente non riproducibile nella realtà (ovviamente alludo alla pantomima della lasagna perfetta), nella sua porzione rettangolare e il condimento disposto ordinatamente su di essa. Nell’immagine i funghi sembrano zucchine, e lo speck una dadolata di pomodoro. Per onestà di cronaca, in basso a destra scrivono che l’immagine ha il puro scopo di illustrare il prodotto.

A parte questo, il lato frontale della confezione non ha particolari sbavature, potrei anzi affermare che è secondo i miei standard fra le migliori recensite fino ad oggi, limitandosi a delle minimali icone di un forno tradizionale e di un microonde per dare risalto alle modalità di preparazione possibili.

Sulla parte posteriore, ci dicono che di mamma non ce n’è una sola essendosi sovrapposta nel ruolo anche Beretta.

In questa paradossale guerra fra le grandi industrie del precotto, che si battono a colpi tipo “facciamo i tortellini come quelli di nonna Amelia!” “noi la torta come quella di Nonna Papera!”, oppure “il mio genuino è più genuino del tuo”, Beretta passa all’artiglieria pesante con un epigrafico “SONO TUA MADRE”, che è un po’ come dire tana libera tutti! a nascondino, e che cazzo volete che facciano i concorrenti? “Lasagne alla bolognese – Viva Gesù Cristo, robe dell’altro mondo”?

Trovano comunque tutto il tempo per un’altra caduta di stile, direttamente dalla confezione in oggetto, ovvero la dicitura riportata su entrambi i lati “PRODOTTO PRONTO FRESCO”, che suona un po’ come “BASTONCINI FINDUS APPENA COLTI” o “CICCIOLI DI MAIALE SGRASSATI”. Insomma, quello che si vuol portare a credere è che anche se questo piatto è stato assemblato da enormi macchinari che con gli ingranaggi distribuivano la farcitura, e sovrapponevano strati di lasagne uno sull’altro, il risultato finale non differisce da quello che avrebbe ottenuto, chessò, quel rudere di vostra suocera nella sua anonima cucina ikea pagata con finanziamento quinquennale.

No, non si tratta del campione di una piastrella per il bagno in ceramica dolomite.
Molto curiosa la procedura di preparazione, perché il tutto non sta banalmente nell’adagiare le nostre LASAGNE AI FUNGHI PORCINI E SPECK nel forno, giacché vanno prima tagliate in quattro parti, e poi infornate a 180° con tanto di vaschetta di plastica per diciotto minuti.
Leggo, rileggo e penso di aver capito male, ma:

RIPONI LA VASCHETTA NEL FORNO PRERISCALDATO E SCALDA PER 18 MINUTI A 180°C

non lascia spiragli per altre interpretazioni.
Per un minuto sono combattuto se farlo o meno. Cioé, o faccio lo spiritosone qui con voi rischiando di rovinarmi il pranzo consumando una cozzaglia di pasta all’uovo, brandelli di maiale e plastica alimentare, o sbattermene i coglioni e provare le lasagne come le farebbe mia madre (che non è adusa arricchire i propri piatti con supplementi plastificati).

Decido di infornarli senza la vaschetta, ma perlomeno di tagliarle in quattro parti, come viene richiesto.
Il prodotto è congelato, quindi dopo un tentativo durato un paio di minuti consistente dapprima in una pressione con un coltello, seguita da delle bordate micidiali, avverto i primi sentori di una sindrome del tunnel carpale mentre intono inni e cantici come tributo a Nostro Signore, che lasciano svanire anche questo buon proposito.
Dopo 18 minuti, però, rivivo la meravigliosa e genuina unicità del rapporto con mia madre.

“Hai fame?”

“Sìììì!”

“Cosa ti preparo?”

“Mamma, mi prepari le lasagne con le zucchine ine ine e lo speck ino ino?”

“Eccotele qua, buon appetito, cazzone!”

La besciamella copre ogni sapore e devasta il piatto, che come materie prime sarebbe anche di tutto rispetto (analisi giunta dopo aver isolato un campione di ognuno degli ingredienti principali), compresa la pasta dotata di un buon spessore e uniformità di cottura.

Voti:

Packaging: 2,5/5 (alcune cose sono da 5, altre da bocciatura senza appello)

Facilità di preparazione: 4/5 (se si decide di tagliarla in quattro il voto va ridimensionato, chiaro)

Qualità del prodotto: 2/5  (Una lasagna che dai presupposti potrebbe essere una bomba diventa un piatto anonimo e insapore).

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Quando penso al risotto alla milanese mi viene in mente l’amatissimo (da me) Gino Bramieri in “Nonno Felice”.
Era la prima metà degli anni ’90, e la famiglia Malinverni era composta da soli interisti. Il bambinetto rossocrinito e simpatico come un vulcano di psoriasi, rispondeva, alla domanda di nonno felice “Che cosa ha fatto il Milan?”, con un lapidario “Ha vinto, come sempre”. Mi piacerebbe sapere come Franco Oppini e Signora abbiano concepito la numerosa prole, nel numero di tre unità, con il nonno a peregrinare acca 24 nell’appartamento.

Ad ogni modo, dopo le scorribande dei nostri, il nobile quadretto sublimava molto spesso la propria consapevolezza di essere una rispettabile famiglia italiana, preparando un risotto alla milanese.

Sembra appunto che i milanesi amino questo nobile piatto, che nelle proprie tradizionali vesti annovera riso carnaroli, zafferano, midollo. KNORR ci presenta la propria personale versione, laddove al posto del riso carnaroli avremo il parboiled, al posto del midollo qualche specie di grasso vegetale, e al posto dello zafferano un grumo di sabbia raccolto direttamente dalla spiaggia di Gatteo Mare (scherzo: volevo solo rendere gradevole la lettura di questo post, la sabbia l’hanno presa ad Ostia! No, dai, veramente, lo zafferano c’è sul serio.)

KNORR compone questa bella confezione, dove si vede una cuffa con almeno settanta grammi di zafferano, una cipolla affettata, ed un piatto di risotto (hey, ma sembra il mio piatto! haha, ma che figata). Sfortunatamente colui -o coloro- che hanno progettato questa stuzzicante confezione, omettono dalla “sezione delle precisazioni for dummies” alcuni elementi fondanti della nostra lingua, come articoli determinativi e preposizioni semplici. In alto a destra ci indicano, infatti, o indicano ai vari Abdul, Ruperth e Dolores:

NO CONSERVANTI
NO GLUTAMMATO

grazie amigo!
Ce l’hanno a morte con il glutammato, chissà cosa minchia sarà questo glutammato che vogliono rimuovere a forza da tutti i risotti in busta? Noi non ce ne curiamo, perché si approssima l’ora del pranzo e già pregustiamo l’ora in cui il primo boccone di riso ci si scioglierà in bocca, all’ombra del Duomo, possibilmente augurando una dozzina di tristi sventure a lui, piccolo ebete dimenticato dal pubblico.

Il profumo del prodotto ancora liofilizzato è buono. Lo zafferano ha un sapore comunque caratteristico che può piacere, come far sviluppare la gotta.

Sul retro del pacco ci indicano le modalità di preparazione, con una quantità d’acqua fredda pari a 500 ml, dove verseremo e mescoleremo il prodotto. Poi, a 100 gradi celsius raggiunti, si porta tutto a fuoco medio per 15 minuti circa, e va da via el cul.

Se da un lato si risparmiano, poiché non vi sono suggerimenti per equilibrare il pasto abbinando il nostro piatto ad altri di agevole preparazione come per esempio gli asparagi gratinati su letto di lattuga belga con scorza d’arancio ed essenza di cardamomo, e spezzatino in crosta di senape di un mammifero estinto dalla prima metà del ‘700, dall’altro c’è la sezione del TOCCO PERSONALE.

Mentre vostra moglie sta bestemmiando come un muratore serbo ogni santo appeso sul calendario perché hanno sostituito Greys Anatomy con la milleduecentotrentesima replica di “Mamma ho perso l’aereo”, potrete attenuare il suo broncio con il TOCCO PERSONALE.

“Cara, sto preparando il risotto in busta, lo vuoi il tocco personale?”

“Ma ho le mie cose!”

“Ma non ‘quel tocco’, sciocchina!”

“uhuhuh”

“ehehehe”

Il TOCCO PERSONALE suggerito in questo caso appare nelle vesti di miss NOCE DI BURRO, FORMAGGIO GRATTUGGIATO BOY, o di MISTER CUCCHIAIO DI OLIO EXTRA VERGINE DI OLIVA.
Mai avrei pensato ad una spolverata di formaggio grattuggiato su di un risotto.

Il risotto è giallo, quindi già per questa ragione fa la sua porca figura.
Seguendo la cottura nei tempi indicati esso ha mantenuto un grado di cottura al dente (difficile scuocere un parboiled). Il vero risotto alla milanese ha un sapore molto più deciso di questo, che oltretutto manca di sale. Le porzioni sono effettivamente due.

Voti:

Packaging: 5/5 (A BUANA PIACERE PACCO RISO SENZA GLUTAMATO)

Facilità di preparazione: 5/5

Qualità del prodotto: 3,5/5 (c’è di meglio, ma anche molto di peggio)

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