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Archive for the ‘Salse e sughi’ Category

Duericcheporzioni ospita Larrycette, donna di casa e cuoca. Cosa ci fa una donna di casa e -ancor più grave- una cuoca in questa oasi del precotto?
No beh, niente, ve la faccio breve: all’IN’S acquisto da anni un pesto pronto che io ritengo buonissimo, Larrycette è di Genova e la conosco personalmente, quindi mi è venuto spontaneo chiedere un parere. Poi le dovevo un favore, da quella volta in cui ho smerdato il pianerottolo del suo ufficio con il caffè.
Buona lettura.

Affinché la valutazione sia correttamente interpretata dai lettori, va sottolineato ancora una volta che sono stata scelta come esaminatrice di pesto solo perché moltissimi anni fa sono accidentalmente nata nella città in cui questo condimento è maggiormente prodotto e diffuso, non perché sia un’esperta di pesti confezionati.
Ci tengo molto a dire che io non consumo pesti confezionati. Consumo pochissimi cibi confezionati e mi guardo bene dall’ammetterlo; specialmente non ho mai mangiato pesto confezionato prima d’ora.
“Perché?” , diranno subito i suoi piccoli lettori.

Perché il pesto non mi piace. Non che proprio mi rivolti lo stomaco fuori dal corpo come un echinoderma [sapevate che le stelle marina – che sono echinodermi come i ricci di mare – per nutrirsi estroflettono lo stomaco sulla preda, inglobandola, e iniziando quindi a digerire il malcapitato ancora vivo?], ma se posso scegliere, scelgo sempre altro, a meno che le alternative non siano barrette di plutonio, ulcere di iguana o castagnaccio.

Nonostante questo, va riconosciuto, per ovvie circostanze geografiche ne ho comunque mangiato moltissimo, perciò so di cosa sa il pesto buono; ma procediamo con ordine.

Confezione: un vasetto di plastica trasparente con il coperchio di cellophane che reca le informazioni necessarie: tipo di prodotto, casa produttrice, ingredienti, data di scadenza, quantità in grammi. Per giunta, ti dice anche che quella quantità è sufficiente a condire due porzioni di pasta.

Attenzione a questo particolare: il pesto è un condimento che “rende poco” e che può variare la sua resa a seconda di diversi fattori, non è così scontato calcolare quanto ce ne voglia. Si tratta di uno dei pochi casi in cui fornire correttamente questa informazione è prova di competenza [se non di serietà] del produttore.

Tralasciamo il fatto che per indicarlo abbiano disegnato un coperto completo con il numero “2” in rosso.

La grafica del coperchio non è delle più accattivanti, ma apprezziamo che l’azienda non sperperi risorse in ricerche di marketing sul packaging e tenga il prezzo più che accessibile.

In questo disco di 8 cm di diametro trovano – obbligatoriamente – spazio anche gli ingredienti:

– Basilico genovese DOP (35%): figata!
– olio extra vergine di oliva: giusto
– olio di semi di girasole: mpf! Va beh, risparmiamo
– farina di anacardi: EEEH??? E da quando cazzo mai ci va?
– formaggio Grana Padano: beh, beh, bene, dài!
– pinoli: giusto, ma di dove?
– sale, correttore, di acidità, conservante: ok, ci vuole.


Aspetto: il prodotto presenta una media densità, una consistenza non troppo omogenea e un colore tra il muschio del presepe e la copertina di The Ghost of Tom Joad. Non è proprio invitante, ma è giusto.

Diffidate del pesto di quella bella tinta “criptonite al sole” che vi fanno vedere in TV. Nella vita reale il pesto è camouflage come la mimetica dell’esercito, perché ha un tempo di ossidazione leggermente inferiore ad epsilon, perciò immediatamente “diventa nero”. Provate a fare il pesto in casa, per credere. Fatene in abbondanza e congelatelo in porzioni nella carta stagnola; quando lo utilizzate, tagliate la pallotta a metà e vedrete che il nucleo è verde acceso e la tonalità si scurisce man mano che ci si avvicina alla superficie. Infatti le scuole elementari della Liguria usano geoidi di pesto per illustrare agli alunni la struttura della Terra.

Odore: un po’ forte. Odora indubbiamente di basilico, ma non è molto aromatico, è piuttosto erbaceo e si sente pochissimo l’aglio, ma complessivamente non è sgradevole.

Preparazione: a prova di mona.

Cuoci la pasta secondo specifica tipologia e grado di cottura gradito (leggi: se fai le orecchiette poi non scassare la minchia se ci mettono più tempo delle trenette e non sono neanche buone uguale, non è colpa del produttore di pesto se non sai come si mangia!) e ci versi sopra il contenuto del vasetto, poi rimescoli. Se resta un po’ di pasta scondita, non è il pesto difettoso, sei tu che non sai rimescolare! Cerchiamo di non pretendere l’impossibile dai cibi pronti [ndr: si noti come l’autore ritiene fondamentalmente dei decerebrati coloro che fruiscono di cibi pronti e ritiene di sottolineare cose ovvie].

I veri gourmet possono versare il contenuto del vasetto nella zuppiera dove condiranno la pasta e stemperare il pesto con un po’ d’acqua di fine cottura prima di versare la pasta; in questo modo il condimento diventa più fluido e si distribuisce meglio, ma gli amidi contenuti nell’acqua della pasta evitano un’eccessiva diluizione (entro certi limiti di aggiunta d’acqua). A piacere – a me piace – un cucchiaio d’olio e.v. d’oliva, meglio se taggiasco, dà al tutto un profumo più fresco. Si tratta di accorgimenti validi per qualsiasi tipo di pesto, anche quello fatto in casa, specie quando lo scongelate.

Assaggiamo.

Mh.

Ah beh…mh. Certo.
No sì, beh…no,  beh, chiaro.

Va beh! Non m’è piaciuto.
Non è male, ma non m’è piaciuto.

Suppongo che per essere un pesto confezionato sia più che dignitoso, come detto, non ho una pietra di paragone adeguata.

È relativamente buono, insomma, non è che uno lo lasci nel piatto, ma ha uno strano retrogusto, come di burro d’arachidi, che purtroppo è piuttosto persistente.
Lo imputo alla farina di anacardi, il cui gusto non viene coperto dagli altri ingredienti; forse basterebbe andarci un po’ più pesanti con l’aglio, o sostituirla con qualcosa di meno invadente. L’ideale sarebbe eliminarla del tutto, ma suppongo che non sarebbe più un prodotto destinabile ai discount.

Peccato perché l’esaminato si stava comportando bene.

Non è propriamente immangiabile; paragonato al pesto di mia madre, o di sua madre, o della madre di mio padre non sembra neanche la stessa pietanza, d’accordo, e non regge neppure il confronto con il pesto di Danielli. Però posso confermare che in Liguria esistono bettole che servono un pesto, se non uguale, del medesimo livello: quasi sicuramente non usano arachidi, ma a giudicare dal sapore ricorrono a qualche altro espediente che conduce a risultati equivalenti.

Perciò promuovo il pesto “La Fattoria” con debito formativo.

Promuoverlo a pieni voti sarebbe ingiusto, altrettanto bocciarlo: una volta risolto il problema del restrogusto della farina d’arachidi (o quel che è), potrebbe darci – in considerazione del rapporto qualità/prezzo – discrete soddisfazioni.

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Attira la mia attenzione questo prodotto della Barilla. Barilla che non può più FREGIARSI del solo nome, ma che ha evidentemente necessità di affrontare la concorrenza di petto, con prodotti che da un lato abbiano un prezzo relativamente contenuto, ma che dall’altro seguano ricette un pelino più ricercate. A questo punto ci viene da pensare che i cervelloni che cercano di monitorare le tendenze alimentari abbiano notato che l’italiano ti mangia la carbonara, il sugo alla ricotta, il ragù, il pesto, prodotti che però presentano un’infinità di alternative meno costose di quelle prodotte dalla Barilla; così, ecco questa linea di… di non so cosa, chiamiamoli “condimenti”.

FANTASIE DEL SOLE è un richiamo al naturale, al genuino. Alle creature colte dalla terra e portate direttamente nei nostri piatti. Che sa di quel genuino che ad occhi chiusi riconosci, dove l’olfatto entra in gioco in una sorta di milkshake di profumi impareggiabile.
Si saranno chiesti come scegliere gli ingredienti, come combinarli per dare un apporto nutrizionale corretto, avranno fatto a pugni per sapere se “essiccati” si scrive con una o due esse.

Il pacchettino è piccolo, e nella foto questa generosa manciata di funghi e pomodori essicati non può che farci sbizzarrire sulle molteplici possibilità di utilizzo di queste nostre FANTASE DEL SOLE CON POMODORINI ESSICCATI E FUNGHI.

Tutto è naturale al 100%. Garantito alla minchia!
D’altra parte sono FANTASIE DEL SOLE, il sole che irrora di luce le vostre stanze. Le FANTASIE DEL SOLE, non le fantasie di Bruno che pensa a Dana DeArmond che interagisce con battaglioni di uomini di colore.

I signori Barilla hanno fatto essiccare i pomodori, sono andati a funghi, e hanno cotto delicatamente le nostre verdure. Piano piano, rimestando nella padella, ma con delicatezza. Carezzando il pomodorino, titillando il funghetto.

Dicevamo, c’era necessità di essere ricercati. Quindi nella gamma troviamo l’impressionismo delle zucchine con la granella di nocciole, il neorealismo dei peperoni con le mandorle, e il centrauncazzismo nelle melanzane con gli anacardi. Ho scelto i funghi perché amo i funghi (appaiono in altri due precedenti episodi di duericcheporzioni e non usciranno mai dal cast, sappiatelo), così giro la confezione e scopro dove posso far stare tutta questa roba.

“PERFETTE CON I PRIMI PIATTI, LE FANTASIE DEL SOLE SONO UN OTTIMO ABBINAMENTO PER TUTTI I TUOI PIATTI. PROVALE PER CONDIRE TAGLIATELLE E RISOTTI. AGGIUNGILE ALLE SCALOPPINE QUANDO VUOI UN SECONDO DAVVERO GUSTOSO. OPPURE GUSTALE COSI’ COME SONO, COME CONTORNO.”

Insomma, fate il gran cazzo che vi pare, non è che il sole con le sue FANTASIE DEL SOLE vi sta anche a versare il cabernet e a dirvi dove infilarvi i suoi prodotti. Tanto sono buoni e genuini, potete farvici anche un risciacquo, che a qualcosa servirà, dopotutto.

La preparazione è molto semplice: si saltano in padella, o si scaldano al microonde per un minuto.

All’interno della confezione in cartone trovo una vaschetta, laddove sollevo la plastichina, chiudo gli occhi e mi inebrio di FANTASIE DEL SOLE CON FUNGHI E POMODORINI ESSICCATI.

Resto fisso a guardare queste FANTASIE DEL SOLE per un quarto d’ora, giusto il tempo di fare l’inventario cercando di distinguere funghi e POMODORINI ESSICCATI, e penso che magari la mia confezione sia stata preparata da un omino barilla che ha fatto le ore piccole mescolando la sera prima la sambuca con l’havana e che non aveva posti dove riversare la sua creatività componendo questa art nouveau di FANTASIE, che ad un osservatore poco attento possono sembrare delle nature morte, ma sono genuine al 100%, e che ci piaccia o no le saltiamo in padella con due etti di fusilli COOP.

Vi garantisco che l’ultima volta che ho ingerito una porcheria simile mi trovavo in un self service pieno di mosconi sito nel confine fra Italia e l’allora Jugoslavia, con uomini con i baffi che si pulivano le orecchie con gli stuzzicadenti e divoravano cervella di vitello con la cipolla e patate.

Voti:

Packaging: 4/5 (mi hanno convinto ad acquistarli, è già una bella impresa)

Facilità di preparazione: 5/5

Qualità del prodotto: 0,5/5 (mezzo punto in più per il pezzo di plastica staccatosi dall’involucro e rimasto nella salsa)

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO:

E’ trendy, e giovane, inserisci anche tua nonna nella pagina fan di Facebook.
Frizzi, lazzi, e il segreto della sacra sindone.

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Il ragù è, fra i condimenti della pasta, quello che preferisco. Peraltro so cucinarlo in maniera a dir poco sublime. Ma qui non siamo per banfarci di come facciamo il ragù, ma per giudicarne uno già fatto da altre esperte mani.

Non esiste ragù pronto che sia -non dico paragonabile a quello fatto in casa- ma neanche lontanamente presentabile come tale.
Ce la menano con i sughi al pecorino, piccanti, alle verdure grigliate, alla ricotta, alle olive, ma con il ragù non si può prendere per il culo nessuno: la carne deve essere carne, e deve essere l’elemento preponderante. Di solito quando si acquista il ragù pronto si ha a che fare con brodaglie rosse, con brandelli animali qua e là, ma oggi esaminiamo il GRAN RAGU’ STAR.

Però si parte male, già, perché è lo spot del GRAN RAGU’ STAR che toppa. Toppa perché il ragù è buono, ma non è esattamente una pietanza gradevole agli occhi. Una delle cose più fastidiose a tavola -almeno per me- è avere a che fare con quelli che lasciano tutto il ragù sul fondo del piatto, e a me fa schifo, schifo a tal punto che vorrei gettare del napalm e cancellare quella stanza e chi è stato capace di quel gesto.
E dove vanno a parare i nostri amici pubblicitari?
Su di una vecchia, acconciata da rompicoglioni, tipo la signorina Rottenmeier, che è a tavola con il suo bel piatto di ragù in scatola. Danno risalto alla figura austera della donna, che per rigidità nei tratti somatici e nei modi deve intendersene a pacchi, non è che una con questa faccia si metterà a fagocitare un ragù del cazzo preso all’autogrill di Cervignano, no?
Ed infatti le rifilano questo piatto di tagliatelle al GRAN RAGU’ STAR, dove ella affonda le fauci fino ad aver consumato avidamente il prodotto, chiedendo, alla fine se ce n’è ancora, con la faccia sporca di ragù, per far capire all’attento acquirente che se addirittura una snob così è riuscita a mangiarselo, figurarsi noi pregni di pezze al culo. Ecco, soffermandoci alle immagini sembra che la signora abbia appena ficcato la testa nel pannolino di un infante affetto da dissenteria, o che abbia fatto la lotta nello stallatico equino, oppure che abbia partecipato ad un’orgia scat di una produzione porno giapponese.

Il GRAN RAGU’ STAR mi è costato dicasi euro due e cinquantadue centesimi nella versione classica, il prodotto è adagiato in una confezione di cartone, ove sono contenuti due barattolini da 180 gr, che dovrebbero donarci due porzioni.
La confezione esterna è priva di qualsiasi ghirigoro, con logo – nome del prodotto – foto di un piatto di tagliatelle. Alla fine ci fanno sapere che è stato prodotto solo con carni selezionate, come lo faremmo noi.

Ad ogni modo sul retro, lette tutte le informazioni nutrizionali del caso, trovano il modo per suggerirci una stuzzicante ricetta.

LE TAGLIATELLE IN CROSTA AL GRAN RAGU’. In pratica, seguendo la ricetta, si prende la pasta brisèe, la si schiaffa in forno, si buttano su delle tagliatelle, poi spenderemo l’equivalente del prodotto interno lordo del Gabon in GRAN RAGU’ STAR per riempire i quattro etti di pasta e faremo un figurone con i nostri amici a tavola che tireranno testate nel timballone grugnendo, chiedendo se ce n’è ancora, e con la signora della pubblicità che avrà già preventivamente immerso il volto nel GRAN RAGU’ comunicando a monosillabi che le è piaciuto con gli occhi sbarrati, mentre le partiranno brandelli di carne e sedani dalla bocca, e poi tutti a taggare le foto su facebook e a ridere come matti ah ah.

Questo ragù è comunque il migliore fra i suoi concorrenti. La percentuale di carne non delude (per il tipo di prodotto in esame, e sempre coscienti del fatto che il raffronto avviene con un mercato piuttosto povero), ed il sugo è denso, si intravedono addirittura le verdure del battuto.
Non necessita di preparazione, perché basta versarlo nella pasta appena scolata, et voilà, tutti a sporcarci il muso come bestie da soma nel piatto.
Inutile dire che con un barattolo ho condito il mio piatto.

Voti:

Packaging: 3/5 (un po’ più di fantasia, sembra la scatola di un fertilizzante per ortensie!)

Facilità di preparazione: n/d

Qualità del prodotto: 5/5 (è un po’ come disputare Real Madrid – Rappresentativa di Cesenatico, però. Se la domanda è “lo compro o non lo compro?”, la risposta sarà “fate il cazzo che vi pare, mi avete scambiato per vostra madre?”

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