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Visto il crescente afflusso di gente che viene veicolata da queste parti dopo aver cercato risposte tramite google, è mia intenzione introdurre questa nuova rubrica, che verrà aggiornata con una periodicità che non avete idea.
Con essa si vuol fornire un servizio a tutti i teschi che a causa di poco accorti esperimenti culinari abbisognano di una mano, mentre hanno l’appartamento in fiamme e cercano “CUCINARE GALLINA FORNO NON MORTA”

Col cazzo!

Autore: Mario da Bassano del Grappa, padre di quattordici figli.

E’ arrivato il coglione!

 

 

 

Per queste e per molte altre richieste, potete seguire la pagina fan.

IL POLLO VIENE MORBIDO E SUCCOSO COME MAI

E’ arrivato il momento. Il suo.
Ho visto per la prima volta la pubblicità de IL SACCOCCIO alle tre di notte.
Mi addormento sul divano e mi sveglio proprio durante la proiezione di questo spot; so che potrò passare per un idiota, ma vi assicuro che sono in buona compagnia, se non altro; infatti, lì per lì penso: wow, grandioso. Pollo disidratato con le polverine a corredo. Che figata!

In realtà non è, come molti pensano, un pollo disidratato con le polverine a corredo, e per questa ragione è doverosa una premessa (inutile per chi ha compreso da subito l’utilità del SACCOCCIO ): SACCOCCIO che per l’appunto consta di:

1) busta di plastica trasparente

poi un laccio e delle spezie.
Tutto il resto è noia.
Cioè, è un po’ come quando andiamo in qualche squallido bazar e veniamo colti dall’irrefrenabile desiderio di acquistare qualche utile accessorio elettrico emanante radiazioni senza bollino CE, tipo, chessò, il pela-mango, l’avvita tibie o i fucili giocattolo che fanno “pem pem pem”. Usciamo dal negozio e leggiamo “BATTERIES NOT INCLUDED” e qualche altra scritta cinese che ci augura morte e pestilenza. Uno poi ci rimane male.

Questo è signori miei, un off topic. E’ un off topic perché ho dovuto ADDIRITTURA comprare il POLLO CRUDO.

(l’etichetta è al contrario perché WORDPRESS non mi fa roteare la coscia; continua ad uscire un errore e allora fanculo.)

Il nostro SACCOCCIO si presenta in due versioni: alle ERBE PROVENZALI e GUSTO SAPORITO con la paprika dolce. Scelgo la seconda.

I designer BUITONI hanno fotografato qualche coscia di pollo fumante con un forchettone che penetra una di queste; la stessa immagine è stata usata per entrambe le versioni, ponendo alla sinistra una cuffa di paprika o erbette.

Acquistando il prodotto al supermercato (1,29 €), come già ampiamente detto, ridimensioneremo le nostre aspettative con la chiarissima descrizione posta in alto a sinistra.

–> SACCHETTO E SPEZIE PER COTTURA AL FORNO.

Quindi per la trascurabile parte della composizione del piatto che prevede l’utilizzo delle carni di un pollo, vi dovete -per usare un termine caro agli inglesi- inculare. E’ un po’ come quando acquistate i preparati per torte a quattro e rotti euro, poi sul retro c’è scritto che la torta è facilissima da preparare: basta che aggiungiate uova, yogurt, lievito pane degli angeli, i capelli degli angeli, il cerume degli angeli, il latte, salsa chilli, pezzi di copertone, lustrini, code di lucertola, un frammento della sindone, uno scontrino del conad, IL PREPARATO PER TORTE, e poi le vostre amiche irsute si leccheranno i baffi.

La confezione del nostro IL SACCOCCIO è asciutta e gradevole. Le procedure sono illustrate da ampio materiale fotografico, a prova di cretino.
Gli strumenti sono posti alle due estremità: nella parte alta troviamo il sacchetto di plastica e relativo laccio, la parte bassa contiene le spezie.

Preriscaldiamo il nostro forno a 200 gradi celsius, con golosa curiosità.


Portando nel cuore la consapevolezza che il sacchetto contenuto nella confezione de IL SACCOCCIO è tarato per un massimo di 8 (otto) cosce o 1 kg pollo in qualsiasi altro formato, adagiamo le otto estremità dei nostri quattro simpatici amici Gallus gallus domesticus nella busta di plastica.

E’ estremamente difficile scrivere quando quello che stai facendo richiede l’utilizzo di entrambe le mani, era solito affermare John Holmes.
Il punto è, amici miei, che un piatto adatto a duericcheporzioni, dev’essere anzitutto realizzabile anche dal batterista dei Def Leppard.

Come abilmente si destreggiava fra i fornelli la mammina dalla duplice espulsione uterale -ma dal fisico mozzafiato- della pubblicità, così noi rubiamo il mestiere a cotanta massaia, e aggiungiamo le polveri sottili dentro il sacco con i pezzettoni di pollo.

Inserita la polvere nel sacchetto, lo stesso andrebbe poi sigillato e agitato. Come si fa con il pandoro dopo averci ficcato lo zucchero a velo, chiaro?

Così prendo la mia fotocamerina compatta del cazzo e metto lo scatto sport -quello con il logo del pupetto malforme che corre-, per i soggetti in movimento, insomma.
Ok, inizialmente sarà stata progettata per immortalare le prodezze balistiche del figlio di qualche povero cristo che guarda il torneo degli esordienti sotto la pioggia di domenica mattina, però ci provo comunque.



Così mi ritrovo a barcollare come un veterano del vietnam dopo due cartoni di vino rosso.
Non che da bambino covassi il desiderio di fare l’astronauta, però è proprio quando a ventotto anni mi ritrovo in piedi al centro di una cucina, con il braccio destro piegato innaturalmente poiché intento a fotografare quello sinistro che scuote furiosamente un sacco di plastica trasparente contenente cosce di pollo color rosso alieno, che comincio a sospettare di avere qualche importante problema di socializzazione.

E’ fondamentale che vi assicuriate di aver irrorato, per quanto possibile, tutta la superficie delle cosce con la PAPRIKA del nostro SACCOCCIO.

…per poi infilarlo nel forno.

Il sacchetto de IL SACCOCCIO è prodotto con un materiale particolare che resiste alle alte temperature, e non è adatto all’utilizzo nel microonde.
I tempi di cottura indicati sono rispettivamente di cinquanta minuti per il pollo a pezzi, e di un’ora per il pollo intero, consiglio vivamente di lasciarlo andare qualche minuto in più per ottenere un coefficiente di croccantezza maggiore.

Dopo aver tagliato l’estremità del sacchetto de IL SACCOCCIO, versiamo il nostro pollo nella teglia, nel piatto, o dove cazzo volete voi.

Ecco vuotato il saccoccio: vi assicuro che non ho ingerito della plastica, anche se un effetto ottico sull’ultima diapositiva fa credere il contrario. Ad ogni buon conto, il mix di spezie crea un sapore ed un assieme di profumi gradevole, e la salsina sul fondo è piccante il giusto e rimpiango di non aver aggiunto le patate ne IL SACCOCCIO.
Però se la praticità sta tutta nella possibilità di non sporcare una teglia io non so se valga davvero la pena di acquistare il SACCOCCIO BUITONI. L’Arostina o prodotti similari sono un’alternativa decisamente più economica e sicuramente meno macchinosa.
E adesso sotto con la Simmenthal.

Voti!

Packaging: 4/5

Facilità di preparazione: 1,5/5

Qualità del prodotto: 3,75/5

Per ottenere maggior prestigio e successo con le donne c’è la pagina fan. Non smetterò mai di dirlo.

Una zuppa ai funghi è buona se somiglia al risultato di un attacco di diarrea!diceva Nonna Svetlana.

Nonna Svetlana parlava un sacco di cazzate perché soffriva di una forma di demenza indotta dalle svariate malattie veneree che l’hanno colpita nel corso degli anni. Ora non c’è più e noi la salutiamo onorandone la memoria.

Nella nostra meravigliosa fanpage, si discute di quante nuove pietanze precotte stiano facendo il loro esordio sul palcoscenico dei supermercati (bella questa, eh?), c’è la busta con le polverine per cuocere il pollo chiamata “SACCOCCIO”, c’è la simmenthal che fa filetti e taschine di tacchino (o di qualche altra bestia).
Tutti prodotti che analizzeremo a tempo debito, oggi però persiste questa mia voglia di zuppe e minestre, così vi beccate una recensione lampo sull’argomento.
Qualcuno oltretutto lamentava il fatto che recensendo io alcuni prodotti di nicchia, poi, anche se buoni, potrebbero comunque risultare di difficile reperibilità e quindi il senso della recensione un po’ si sminchia.
Per tali cagacazzi sono andato alla COOP e mi sono preso un prodotto STAR.
Ce li avete i supermarket con i prodotti STAR?
No? Vivete in Cambogia?

Bon, comunque con Star abbiamo assaggiato solo il GRAN RAGU’, ed essendo un marchio conosciutissimo diciamo che non potevo non divorarmi la ZUPPOSA DEL BOSCO CON FUNGHI PORCINI E ZUCCA.

Lo ammetto: Non è stato amore a prima vista, quando ho letto “ZUPPOSE” ho desiderato spaccare un lavandino di ceramica in faccia all’ideatore di questo nome.
La confezione è decisamente fastidiosa, con una scelta di immagini più facilmente prevedibili della possibilità di trovare studenti fuori sede che fumano canne e cantano i gemboy a Bologna.

Due cappelle di fungo, una dritta e una storta per improvvisare una dispensa disordinata, una zucca, spighe, cereali. Hanno detto “facciamo il desain rurale!” e hanno piazzato un po’ tutto quello che nei tre led colorati che animano i loro pensieri rappresenta la campagna; diciamo che a parte un paio di trattori, una coppia di giovani che copulano dentro ad una fiat duna, un camionista rumeno che minge ai piedi di un pioppo con il camion Iveco in sosta con le quattro frecce, e blocchi di deiezioni bovine a random, non manca davvero niente.
Ah sì, manca il bosco, è una ZUPPOSA DEL BOSCO e non mi mettono le robe del bosco, chessò, tipo Gargamella.

La STAR anche qui si spinge oltre e dichiara che da questa roba salteranno fuori facili facili tre porzioni.

E, stigrancazzi, la novità è che non ci sono più i conservanti!
E’ dal 1984 che tutti si affrettano a liberare dai conservanti i propri prodotti, però quando andiamo a defecare ci sembra di apprestarci ad espellere la ghiaia dell’Isonzo.

Sul retro le pentoline disegnate sono carucce, non mi va di criticare chi ha disegnato le pentoline. Un plauso a te, disegnatore di pentoline: spero che per il prossimo prodotto tu ti riguardi un paio di episodi di Art Attack.
Ci segnalano che oltre alle ZUPPOSE DEL BOSCO troviamo anche i celeberrimi risotti, le creme e le minestre.

Dopo aver trascritto sul nostro quaderno delle ricette qualcuno dei preziosi consigli dello chef (che per questa ZUPPOSA DEL BOSCO ci consiglia di mettere pepe, parmigiano e di innaffiare il tutto con un bel cartone di Carmignano) ci mettiamo ai fornelli.

Sappiamo tutti come si fa: quantità variabile di acqua fredda (in questo caso, 750 ml) – si versa il contenuto della busta – si alza il fuoco alla grandissima fino ad ebollizione – si abbassa il fuoco fino a fine cottura. Cioé, io le foto le ho fatte, ma poi insomma si rischia di andare a ripetersi.

La piccola differenza è che nel caso della ZUPPOSA DEL BOSCO (di cui abbiamo anche la versione ortolana e rustica), vi è la possibilità di utilizzare la busta come dosatore da 500 ml.

Questo è il totale del prodotto ottenuto dopo il minutaggio di cottura suggerito (15 minuti).
L’odore non è male, così come la consistenza (oltretutto è uno fra i primissimi prodotti che recensisco che non annovera fra gli ingredienti elementi di natura sconosciuta).
Il sapore dei porcini è piuttosto intenso, però la consistenza del fungo è come… non so come spiegarvelo. Da ragazzini avete mai masticato un pezzo di scottex?
Ecco, i funghi di questa ZUPPOSA DEL BOSCO CON FUNGHI PORCINI ricordano la carta scottex masticata.
La zucca: latitante. Non ne ho avvertito la presenza, francamente. Le avranno tenute da parte per Halloween.

Il prodotto non è dei peggiori, la densità era davvero notevole; l’orzo, il riso ed il farro hanno tenuto molto bene la cottura.
Il costo è sensibilmente più alto rispetto agli stessi prodotti della concorrenza (1,89€), e non mi sento di affermare che questa differenza di prezzo sia realmente proporzionale alla qualità.

Voti:

Packaging: 1/5

Facilità di preparazione: 4/5

Qualità del prodotto: 3,25/5

Iscrivetevi alla pagina fan, così, senza una particolare ragione.

Duericcheporzioni ospita Larrycette, donna di casa e cuoca. Cosa ci fa una donna di casa e -ancor più grave- una cuoca in questa oasi del precotto?
No beh, niente, ve la faccio breve: all’IN’S acquisto da anni un pesto pronto che io ritengo buonissimo, Larrycette è di Genova e la conosco personalmente, quindi mi è venuto spontaneo chiedere un parere. Poi le dovevo un favore, da quella volta in cui ho smerdato il pianerottolo del suo ufficio con il caffè.
Buona lettura.

Affinché la valutazione sia correttamente interpretata dai lettori, va sottolineato ancora una volta che sono stata scelta come esaminatrice di pesto solo perché moltissimi anni fa sono accidentalmente nata nella città in cui questo condimento è maggiormente prodotto e diffuso, non perché sia un’esperta di pesti confezionati.
Ci tengo molto a dire che io non consumo pesti confezionati. Consumo pochissimi cibi confezionati e mi guardo bene dall’ammetterlo; specialmente non ho mai mangiato pesto confezionato prima d’ora.
“Perché?” , diranno subito i suoi piccoli lettori.

Perché il pesto non mi piace. Non che proprio mi rivolti lo stomaco fuori dal corpo come un echinoderma [sapevate che le stelle marina – che sono echinodermi come i ricci di mare – per nutrirsi estroflettono lo stomaco sulla preda, inglobandola, e iniziando quindi a digerire il malcapitato ancora vivo?], ma se posso scegliere, scelgo sempre altro, a meno che le alternative non siano barrette di plutonio, ulcere di iguana o castagnaccio.

Nonostante questo, va riconosciuto, per ovvie circostanze geografiche ne ho comunque mangiato moltissimo, perciò so di cosa sa il pesto buono; ma procediamo con ordine.

Confezione: un vasetto di plastica trasparente con il coperchio di cellophane che reca le informazioni necessarie: tipo di prodotto, casa produttrice, ingredienti, data di scadenza, quantità in grammi. Per giunta, ti dice anche che quella quantità è sufficiente a condire due porzioni di pasta.

Attenzione a questo particolare: il pesto è un condimento che “rende poco” e che può variare la sua resa a seconda di diversi fattori, non è così scontato calcolare quanto ce ne voglia. Si tratta di uno dei pochi casi in cui fornire correttamente questa informazione è prova di competenza [se non di serietà] del produttore.

Tralasciamo il fatto che per indicarlo abbiano disegnato un coperto completo con il numero “2” in rosso.

La grafica del coperchio non è delle più accattivanti, ma apprezziamo che l’azienda non sperperi risorse in ricerche di marketing sul packaging e tenga il prezzo più che accessibile.

In questo disco di 8 cm di diametro trovano – obbligatoriamente – spazio anche gli ingredienti:

– Basilico genovese DOP (35%): figata!
– olio extra vergine di oliva: giusto
– olio di semi di girasole: mpf! Va beh, risparmiamo
– farina di anacardi: EEEH??? E da quando cazzo mai ci va?
– formaggio Grana Padano: beh, beh, bene, dài!
– pinoli: giusto, ma di dove?
– sale, correttore, di acidità, conservante: ok, ci vuole.


Aspetto: il prodotto presenta una media densità, una consistenza non troppo omogenea e un colore tra il muschio del presepe e la copertina di The Ghost of Tom Joad. Non è proprio invitante, ma è giusto.

Diffidate del pesto di quella bella tinta “criptonite al sole” che vi fanno vedere in TV. Nella vita reale il pesto è camouflage come la mimetica dell’esercito, perché ha un tempo di ossidazione leggermente inferiore ad epsilon, perciò immediatamente “diventa nero”. Provate a fare il pesto in casa, per credere. Fatene in abbondanza e congelatelo in porzioni nella carta stagnola; quando lo utilizzate, tagliate la pallotta a metà e vedrete che il nucleo è verde acceso e la tonalità si scurisce man mano che ci si avvicina alla superficie. Infatti le scuole elementari della Liguria usano geoidi di pesto per illustrare agli alunni la struttura della Terra.

Odore: un po’ forte. Odora indubbiamente di basilico, ma non è molto aromatico, è piuttosto erbaceo e si sente pochissimo l’aglio, ma complessivamente non è sgradevole.

Preparazione: a prova di mona.

Cuoci la pasta secondo specifica tipologia e grado di cottura gradito (leggi: se fai le orecchiette poi non scassare la minchia se ci mettono più tempo delle trenette e non sono neanche buone uguale, non è colpa del produttore di pesto se non sai come si mangia!) e ci versi sopra il contenuto del vasetto, poi rimescoli. Se resta un po’ di pasta scondita, non è il pesto difettoso, sei tu che non sai rimescolare! Cerchiamo di non pretendere l’impossibile dai cibi pronti [ndr: si noti come l’autore ritiene fondamentalmente dei decerebrati coloro che fruiscono di cibi pronti e ritiene di sottolineare cose ovvie].

I veri gourmet possono versare il contenuto del vasetto nella zuppiera dove condiranno la pasta e stemperare il pesto con un po’ d’acqua di fine cottura prima di versare la pasta; in questo modo il condimento diventa più fluido e si distribuisce meglio, ma gli amidi contenuti nell’acqua della pasta evitano un’eccessiva diluizione (entro certi limiti di aggiunta d’acqua). A piacere – a me piace – un cucchiaio d’olio e.v. d’oliva, meglio se taggiasco, dà al tutto un profumo più fresco. Si tratta di accorgimenti validi per qualsiasi tipo di pesto, anche quello fatto in casa, specie quando lo scongelate.

Assaggiamo.

Mh.

Ah beh…mh. Certo.
No sì, beh…no,  beh, chiaro.

Va beh! Non m’è piaciuto.
Non è male, ma non m’è piaciuto.

Suppongo che per essere un pesto confezionato sia più che dignitoso, come detto, non ho una pietra di paragone adeguata.

È relativamente buono, insomma, non è che uno lo lasci nel piatto, ma ha uno strano retrogusto, come di burro d’arachidi, che purtroppo è piuttosto persistente.
Lo imputo alla farina di anacardi, il cui gusto non viene coperto dagli altri ingredienti; forse basterebbe andarci un po’ più pesanti con l’aglio, o sostituirla con qualcosa di meno invadente. L’ideale sarebbe eliminarla del tutto, ma suppongo che non sarebbe più un prodotto destinabile ai discount.

Peccato perché l’esaminato si stava comportando bene.

Non è propriamente immangiabile; paragonato al pesto di mia madre, o di sua madre, o della madre di mio padre non sembra neanche la stessa pietanza, d’accordo, e non regge neppure il confronto con il pesto di Danielli. Però posso confermare che in Liguria esistono bettole che servono un pesto, se non uguale, del medesimo livello: quasi sicuramente non usano arachidi, ma a giudicare dal sapore ricorrono a qualche altro espediente che conduce a risultati equivalenti.

Perciò promuovo il pesto “La Fattoria” con debito formativo.

Promuoverlo a pieni voti sarebbe ingiusto, altrettanto bocciarlo: una volta risolto il problema del restrogusto della farina d’arachidi (o quel che è), potrebbe darci – in considerazione del rapporto qualità/prezzo – discrete soddisfazioni.

Vi ho lasciati con l’arrivo dell’estate e con la degustazione del CUCCIOLONE ALGIDA, vi ritrovo con i primi sussulti del generale autunno (era “generale inverno”? E chi se ne fotte! Sto via quattro mesi e mica mi farete i pignoli, no?), quindi la voglia di stare al caldo e di consumare un bel minestrone in busta.
Scelgo un prodotto indie, di un’azienda che nessuno di voi -tranne avanzi di galera e morti di fame- conoscerà.

L’inverno scorso ci occupammo della PASTA E FAGIOLI COOP, oggi ci dirigiamo in Toscana, assaggiando la holaholaholahannuccia… (ahahah, sono rimasto lo stesso mattacchione di prima), dicevo, assaggiando la ZUPPA DI FARRO ALLA TOSCANA.

Con questa busta da 89 centesimi di euro, gli amici del FIORILE puntano in alto: desiderano sfamare tre persone con 110 grammi di ZUPPA DI FARRO ALLA TOSCANA, infatti in alto a sinistra appare l’angolino rosso con la scritta “3 PORZIONI”.

Abbiamo già discusso di come i marchi più o meno conosciuti puntino sul genuino, ovvero sul fatto che la bontà della produzione elimini le differenze con gli stessi piatti fatti in casa. Un altro termine di cui spesso si abusa è “TRADIZIONALE”.

Fra gli ingredienti è -con grande sorpresa- presente il farro, poi i fagioli e per non far mancare il peso morale della tradizione toscana troviamo una bella manciata di lattosio e glutammato monosodico che le nonne a Follonica (GR) coglievano quotidianamente dai campi per preparare le zuppe.
Le procedure per la realizzazione di questa ricetta sono conosciute da noi fedeli consumatori di prodotti disidratati, ma il team del FIORILE riesce a fornire una spiegazia anche ai novellini.

La figura di una testa sprovvista di bulbi oculari e dentizione, con un ciuffo emo e copricapo da cuoco ci guida e ci assiste nella preparazione.

Il cuoco ipovedente emo verserà quindi 750 ml di acqua fresca nella nostra pentola, e il contenuto della busta (busta che nella diapositiva acquista la forma di un porta scopettone per il cesso).

Mentre un ectoplasma somigliante a Casper si eleverà dal pentolone, il provetto cuoco mescolerà di tanto in tanto a fuoco medio la nostra ZUPPA DI FARRO ALLA TOSCANA, i suoi fagioli “satellite” (pervenuti nel nostro censimento: uno per ogni quaranta grammi di prodotto) e il farro.
Tuttavia, l’acquirente potrà forse cogliere un’ambiguità di fondo nella tempistica consigliata per la preparazione, ovviamente gli amici del FIORILE nell’elaborazione del piatto avranno discusso animatamente sul minutaggio necessario, si saranno create delle violente correnti che anteponevano i dodiciminutisti che si sono accaparrati il retro.

Contrapposti ai dieciminutisti, che avendo spuntato la lotta intestina con la prima fazione con metodi squadristi e antidemocratici, si sono aggiudicati la parte frontale della confezione. Voi fate un po’ come cazzo vi pare.

Alla fine il risultato sarà comunque questo (questo blog appoggia i dodiciminutisti, qualsiasi polemica contro la mia corrente verrà censurata: siete avvisati), ovviamente acquistato il prodotto e lasciandolo sul fuoco per SOLI dieci minuti resterete sempre con il dubbio di come sarebbe stato il vostro piatto con due minuti di pazienza in più.

Questa zuppa rievoca le immagini genuine dei primi anni del secolo scorso: la gente morente di tubercolosi in vicoli ciottolosi di piccole province della maremma, la lebbra, le sberle sulla coppa come motivo di intimidazione, la dissenteria fulminante, la diuresi involontaria durante eventi mondani.
Non avete capito cosa intendo?
Che è buonissima.

Voti:

Packaging: 2/5

Facilità di preparazione: 4/5

Qualità del prodotto: 0,5/5 (per la stessa cifra meglio una zuppa della COOP)

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO:

E il concorso?
Lo ha vinto Francesca (numero due), che ha richiesto espressamente di non ricevere alcuna celebrazione. Il primo premio (100 grammi di pesto alla genovese) però glielo mando con calma, non per altro, ma dopo quattro mesi sono riuscito ad acquistarlo.

Di questo pesto giace nella mia casella di posta una recensione realizzata dalla genovese Larrycette, che sarà pubblicata in settimana.

E’ giunta ufficialmente l’estate.
Questa stagione rappresenta il risveglio dei sensi. Il ribollire degli ormoni.
La puzza di ascelle sudate sui mezzi pubblici. L’estate è il ballo prima dell’esame di maturità. Le storie che nascono e muoiono in una sera. La ragazzina nell’angolo del privè che piange, mollata per un’altra.
L’estate. Uomini bolsi coi birkenstok.
Donne grasse esibiscono pregiati ideogrammi sulle caviglie, tatuati probabilmente in pieno autunno. Ce le immaginiamo, in una livida giornata di novembre, mentre pregustano gli sguardi del pubblico non pagante di maschi, i quali punteranno gli occhi verso quel nuovo piccolo capolavoro di body art presente sulle loro estremità. Doloranti, scrutavano il tatuatore che affondava gli aghi nelle loro carni adipose.
“mi piace un casino l’ideogramma che ho scelto nel vostro catalogo! Ha una forma così sinuosa! Ma sai mica cosa significa?”

“è giapponese. Significa ‘metalmeccanico agreste'”

Ma l’estate non regala agli occhi solo gli inestetismi o le scelte di cattivo gusto. L’estate regala l’insalata di riso. La pietanza per la quale il nostro indice glicemico assume un andamento sinusoidale. Potremmo mangiarne un chilo, per poi pentircene completamente sazi. E divorarne un altro chilo due ore dopo. Per poi pentircene ancora. E di nuovo. E di nuovo. E di nuovo. Per altre mille e mille volte.
L’estate, le gomme goleador. E il gelato.

Il CUCCIOLONE ALGIDA è il biscotto gelato per antonomasia, probabilmente, se non il primo, il più celebre da un punto di vista storico: sigla!

“ripieno di buon gelato allo zabaione, vaniglia e cacao tra due biFcottoni al malto”.
Circa un ventennio dopo la creazione di questo spot, siamo in grado di tracciarne un’analisi probabilmente più lucida.
Anzitutto il ragazzino bellicapelli aveva la zeppola.
In questo spot il nostro cucciolone sembra grande quanto una VHS.

In ultima istanza, il discorso dei dieci morsi ha probabilmente ricoperto d’oro il suo creatore; ovviamente tutti abbiamo provato a contare i morsi del CUCCIOLONE ALGIDA (fu ELDORADO). E per l’appunto diciamo che utilizzando i morsi come unità di misura della durata del nostro CUCCIOLONE ALGIDA, ad essere generosi possiamo affermare che all’epoca ne bastavano otto, a meno che per consumarlo non si sia utilizzata l’antica tecnica della bocca a risucchio di brodo.

All’epoca eravamo più ingenui perché era il “vocabolario televisivo medio” ad essere più morigerato, e questo spot, rivisto oggi, pullula di doppi sensi.
Ipotizzando uno scenario nel quale al posto di acnosi adolescenti (di cui uno con spiccate difficoltà di articolazione del verbo), troviamo un giovinotto che passa a prendere la sua bella, e che bussando alla porta di casa sua si ritrova difronte il padre di lei; ecco, ambientando la scena a questa o a quell’epoca, la prospettiva cambia.

“Ciao. Piacere, sono il padre di Gilda. Dove porterai mia figlia?”
“A mangiare il gelato.”
“il gelato?”
“Sì, il gelato. La porto a mangiare il CUCCIOLONE: un biscottone con tanto latte fresco! Tempo dieci morsi e siamo a casa! Verso le nove, va bene?”.

Vent’anni fa il padre avrebbe raccomandato al giovane di riportare a casa la figlia prediletta all’orario stabilito e non un minuto più tardi. Al giorno d’oggi quello stesso padre giocherebbe a burraco con Peppino o’ pizzettaro in qualche grigio anfratto di Regina Coeli, mentre sconta l’ergastolo.

Il CUCCIOLONE ALGIDA si presenta in una confezione da sei pezzi.
Non mi soffermo sulla scelta dei colori o sulla forma dei caratteri. Il prodotto è un long-seller, quindi deve essere riconoscibile.
Rispetto ad una volta ci fanno sapere però che ha il latte fresco ed è senza coloranti o aromi artificiali.

I BISCOTTONI AL MALTO del CUCCIOLONE tendono ad impappettirsi, e a restare impappettiti all’interno delle concavità dei nostri denti. In mezzo alle due appena citate piastre al malto, il generoso ripieno del tris di gelati palesa un cioccolato dal sapore deciso, una delicata vaniglia ed uno zabaione dall’utilità misteriosa, non avendone avvertito mai lontanamente il gusto.

Come si evince dalla diapositiva, un problema storicamente legato al CUCCIOLONE è rappresentato dalla scarsa stabilità d’insieme, visto che i due BISCOTTONI AL MALTO, fanno scivolare il ripieno di gelato verso l’esterno, sfranfrugnandoci le mani. Un qualche devastante additivo chimico in grado di tenere il tutto incollato come nello spot sarebbe stato, e sarà gradito.

Altra caratteristica inconfondibile del nostro CUCCIOLONE è la barzelletta impressa per ciascuno dei due BISCOTTONI AL MALTO.
Tali barzellette fanno ridere quanto un esame prostatico praticato con il joystick dello spectrum.

Nella prima, un bovino si rivolge ad un serpente chiedendogli come va. Il serpente afferma di sentirsi a terra.

Nella seconda, lo stesso bovino con la medesima espressione facciale presente nel lato appena scorso, chiede -a quello che si suppone sia un pennuto pavone- l’esito dell’ esame di guida. L’uccello, che per caratteristiche anatomiche è palesemente inadatto alla guida afferma di aver bucato la ruota.

Heh.

Voti:

Packaging: 3/5

Facilità di preparazione: sv

Qualità del prodotto: 3/5 (gli ho sempre preferito il SANCIOK)

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

Manca poco alla fine del concorso, e a pensare di dover contare tutti i vostri voti mi viene un’orchite. Però votate!, c’è tempo fino al 25 di giugno.
E poi c’è la pagina fan, piena di biscottoni al malto.

Dall’oggetto qualcuno avrà pensato che io mi sia messo a recensire giochi del Sega Master System, in realtà oggi per duericcheporzioni è un giorno speciale perché farà una puntatina sull’etnico, dopo la cocente delusione ricevuta dalle GIRAVOLTE GUSTO MEDITERRANEO.

Quando vedo le diapositive di qualche fortunello che ha avuto l’opportunità di recarsi in Giappone, sono sicuro che prima o poi mi imbatterò in immagini di cibo, magari tratte da qualche mercato, o da qualche tavolata.
E via con la rassegna di maialini vivi appesi, pesci crudi infilati in stuzzicadenti e venduti da qualche ambulante. Uomini senza denti ed in ciabatte che sorridono con teste di salmone giganti a fare da sfondo. Confezioni di frutta coloratissima e della stessa dimensione. Liquidi trasparenti dove galleggiano oggetti non identificati. Bevande viola.

I noodles sono semplicemente pasta orientaleggiante. Qualsiasi cazzata tenteranno di dire tappatevi le orecchie e fate “bla bla bla bla”. E’ pasta.
Quando devo rispondere “noodles” alla domanda “che cos’hai mangiato oggi?” e quando sento controbattere “nuché” a tale risposta, allora mi barrico dietro una frase, forse sciocca, ma che fa capire subito di cosa si parla: “sono gli spaghetti manga!”.
E’infallibile.
Certo, se, avete una storia d’amore a distanza con un tizio conosciuto sul forum di Jasuko e Nacagami, ed il vostro interlocutore nonché partner è siculo, magari vi risponderà “Che cooosa? Spaghetti della menghia? Dimmi dove sei! Bottaaana!”, in tal caso riaggangiate, rinunciate alla spiegazione, e consumate il vostro piatto lasciando il vostro compagno con il dubbio sulla natura dei vostri spaghetti. Tanto a noi uomini piace arrovellarci nell’incandescente brace dell’insicurezza.

Faccione giganti e bacchette affondate in bicchieroni di plastica, dai quali usciva un lungo ed ininterrotto filo di spaghetti fumanti. Questi sono, per me, i noodles.
Poi è possibile che qualcuno fra i gentili lettori che si sia letto tutte le trecentoventi serie di Capitan Tsubasa voglia contraddirmi, ma noi faremo finta di niente.

Perché una persona dovrebbe acquistare una confezione di noodles?
Costano pochissimo (1,30 alle COOP).
Si preparano immediatamente.
Non sai cosa mangi, ma ti sazia.

In alto un drago blu rattrappito e un po’ sbilenco con la lingua di fuori e la scritta “BLUE DRAGON” nel mezzo.
La parte centrale è la classica nipponata: “3min Noodles” scritto a mò di insegna luminosa di una pensione a ore.
Il lettore medio di Naruto ci dirà che è triste banalizzare in questo modo una cultura millenaria fatta di samurai e uomini che si tagliano il mignolo, però, insommma, voglio ben vedere se le confezioni di “Spaghetti Pummarola” nel reparto etnico del supermercato di Osaka non hanno immagini de “Il Padrino” o mandolini color marrone.

La foto non è a fuoco, ma risulta essere il tentativo di scatto numero quattrocentoventicinque, quindi tentate di apprezzare la buona volontà.
Le istruzioni di cottura sono semplici da seguire.

Il contenuto si compone di questo agglomerato di spaghetti, dal quale si stacca inevitabilmente qualche ricciolino che voi potrete assaggiare direttamente dal fondo della busta, trovando più di qualche reminiscenza con le amate cipster.

Dimenticavo: le varianti da me reperite sono due. Una al pollo e pepe nero, l’altra al pollo con chilli. Ed è proprio della seconda che ci occuperemo.
Adagiate, assieme all’agglomerato visto prima, troveremo queste due bustine. Una, grigia e simile a quella di un profilattico conterrà una polverina che riassumerà nella sua consistenza polverosa le parti nobili del pollo. L’altra, trasparente, è il gioioso assieme delle spezie piccanti.
Scelta lodevole il fatto di dividere i due elementi, così un individuo, uno qualsiasi, chessò, magari mentre sta per disegnare il Drago Dalla Lingua Biforcuta sulla Smemo, potrà scegliere quanta piccantezza implementare al suo piatto.

Si ficca il mattoncino nell’acqua bollente (250 ml). Il mattoncino continuerà a perdere frammenti di simil cipster nell’acqua, e voi, bestemmianti, già saprete che gli stessi non saranno poi ripescabili dalla forchetta, e sarete costretti ad un umiliante risucchio.

Dopo tre minuti di orologio, gli spaghetti saranno pronti in una pozzetta d’acqua, come piacciono tanto a noi.
Agli stessi andranno poi aggiunti gli altri Ingredienti Misteriosi.

La polverina marrone chiaro conferirà il primo tocco al vostro piatto, il quale tuttavia andrà completato con la busta numero due…

Mescoleremo il tutto, et voilà.

Stantufferemo virilmente il nostro viso nel piatto, godremo degli effluvi piccanti come se ci fossimo iniettati Rinazina Spray Nasale direttamente sull’arteria carotide. Ci renderemo conto che, forse, il contenuto di una bustina è eccessivo. Ma sprezzanti del periglio affonderemo le nostre gote nel piatto, fino a non lasciare nemmeno una goccia dei nostri 3MIN NOODLES CHICKEN AND CHILLI.

Voti:

Packaging: 5/5 (BELLO!)

Facilità di preparazione: 5/5

Qualità del prodotto: SV (oh, non so se mi sono piaciuti. però non posso smettere di mangiarli. è un brutto segno?)

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