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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

SOBA – NOODLES CHILI

…Erano buoni!

Packaging: 3/5

Facilità di preparazione: 4/5

Qualità del prodotto: 4/5

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Cos’era per me la cucina a vapore, prima della vaporiera che la mia signora ha acquistato?
Era l’attesa al ristorante cinese dei ravioli al vapore. 
Se ordinavi quelli normali aspettavi pochissimo, il giusto. 
Riso cantonese, tempo di attesa: 3 minuti.
Pollo piccante, tempo di attesa: 4,5 minuti.
Nuvolette di drago: pronta consegna.
Ravioli a vapore: due ore e 38 minuti.
Se li ordinavi al vapore sapevi che avresti dovuto attendere di più perché, appunto, li fanno a vapore.
Chissà a cosa serve, mi chiedevo. Mi sembrano uguali agli altri, dicevo.
Fatto sta che nel tempo in Cinciuncian serviva i miei ravioli avevo già mangiato le nuvolette di drago, morso il pollo piccante, deglutito il riso cantonese, i germogli di soia, ruttato gamberi sale e pepe, masticato un pezzo di labrador sparito due mesi prima al mio vicino di casa e affettato la prozia di Uanginkao.
Però nel raviolo a vapore crescevo la consapevolezza e avvertivo sulla pelle una ritualità che impreziosiva, da sola, tutto il contesto: immaginavo una parte della cucina adibita appositamente per questo e quindi le musichette asiatiche del cazzo suonate con il shamisen, liuti e tibie del nonno, mentre una puttanellina simile alla protagonista di “Memorie di una Geisha” vestita con il kimono e le infradito con le calze titillava un arnese in bambù simile ad un cestello.
Era giapponese? Fregancazzo.
Lei era una dea, l’unica addetta alla preparazione del raviolo a vapore che aspettavo dodici ore, però era a vapore e quindi viva viva l’olio d’oliva, come diceva la pubblicità.
Non pisciava, non scoreggiava, non ruttava. Era sempre truccata come Gene Simmons, ogni giorno, tutti i giorni. 
La mattina si alzava, faceva qualche rituale autistico giapponese/cinese cazzoneso, prendeva un paio di badilate sulle gengive dal padre severo, e poi di corsa a fare ravioli. E poi il sachè della sera per il genitore autoritario. La madre era morta. Ovviamente. 
Ed era buona. Ovviamente.
Ed era morta di una malattia imprecisata nel letto di casa mentre la figlia le poggiava bende bagnate per farle scendere la febbre.
Era morta nonostante la visita domiciliare di un medico munito esclusivamente di valigetta marrone e stetoscopio.
Poi magari aveva solo un ascesso ai molari, però intanto è fatta. La vecchia ha fatto crac.
Kaputt. Arigatò. Arimortè. Kittammuort.
Nemmeno il tempo di rammentare le ultime disposizioni della madre e altre amenità sul senso dell’esistenza che subito di corsa si prodigava, di nuovo, a preparare ravioli e sakè.
Ravioli e sakè.
Sakè.
Ravioli.
Nemmeno il tempo di dire grazie alla genitrice per averla messa al mondo e aver predisposto per ella un’esistenza così ricca e varia, avendo sposato un uomo instabile, violento e con una singolare dipendenza da sachè. Di meglio potrebbe esserci solo un nuovo coinquilino come il padre, magari un alcolizzato come Roberto Sedinho che, in cambio del vitto e l’alloggio le promette di farla entrare nella nazionale under18 ghanese di Cricket.
Esce solo per fare la spesa, incontra ogni giorno un giovine dagli occhi azzurri, la famiglia bene e la minchia tanta. Le vengono i zigomotti rossi perché lui dietro alla patina di gentilezza aristocratica cela la voglia di chiavarle anche i bulbi oculari. Non può, così corre a casa con la busta della spesa di cartone (contenuto: alcool etilico, riso fermentato, bicchierini da sakè), mentre le lacrime colano dal viso formando rivoli di mezzo metro. Poi le cade tutto a terra ed il giovane tenta di soccorrerla (ed assistere ad un upskirt dal vivo), però lei si nega e corre nuovamente a casa del padre. Senza voltarsi indietro.
Apro gli occhi con la consapevolezza dell’età adulta, ho trentadue anni. Era tutta una pia illusione di quegli anni novanta.
Niente geishe disciplinate, niente padri autoritari, niente musichetta del cazzo.
Oggi scopro che probabilmente i miei ravioli li preparano -e li preparavano- con gli sputi per dargli l’effetto glassa e li cuociono con il vaporetto ponti preso su Mondialcasa. E scopro che con tutta probabilità la geisha era una gaia e simpatica fantasia adolescenziale, TUTTAVIA.
Tuttavia.
Da ogni delusione si può trarre anche una parte edibile che in questo caso si rifà tutta sul valore salutare che la cucina a vapore porta con sé.
La cucina a vapore conserva le proprietà degli alimenti, lascia intatte tutte le caratteristiche organolettiche dei cibi. Mastico carote e patate.
Mangiare è sognare.

 

 

 

 

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Nonostante tutto (indolenza dell’autore, alcuni clamorosi strafalcioni ortografici) siete tanti, tantissimi.

Ormai non mi si chiede più “come stai?”, ma si va direttamente al “cos’hai mangiato oggi?”. E’ arrivato però il momento in cui sono io a chiedervi qualcosa.

Ho bisogno di una nuova immagine per la testata (sarà la prima fra una serie di modifiche che introdurrò) però il mio anziano mac non è in grado di supportarmi in questa impresa.

Lascio ai vostri bisturi grafici il compito di aiutarmi: che si tratti del paint di windows o dell’ultima versione nerd di photoshop, avete carta bianca. Fatto ciò potrete inoltrarmi le vostre creazioni all’indirizzo di posta

another PUNTO ricky AT gmail PUNTO com

L’autore dell’immagine che verrà scelta, riceverà a casa propria una confezione del pesto pronto più buono della storia e 0,70 centesimi di euro in gettoni d’oro. Se all’autore non dovesse piacere il pesto, può sempre lasciarlo appassire per il presepe che allestirà il prossimo Natale.

Se come strumento l’e-mail non vi aggrada, potete trovarmi qui, o qui. Se neanche , o rappresentano un’alternativa valida, non mi resta che augurarvi una buona Pasqua.

r.

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E’ per me difficile trovare le parole giuste, tanto per iniziare, quanto per comporre un paio di frasi adatte a presentare questo blog.

Anzitutto descriviamo l’autore, che si autocelebrerà solo in questa occasione, ve lo garantisco, ma vista la natura del blog alcune precisazioni sono necessarie, poi capirete il perché.

Sono un uomo di 27 anni in buona salute fisica (quella mentale la omettiamo, sapete, sono originario di Trieste), alto un metro ed ottantotto centimetri per ottanta chilogrammi di peso.

Da qui il titolo: “Due Ricche Porzioni”: per tutti i sughi, per tutti gli spezzatini, per tutte le lasagne, che per dichiarazione ed intenti del produttore si dovrebbero configurare per soddisfare gli appetiti di due persone, quando in realtà la porzione è una, ed è già scarsa. Ecco il perché delle mie caratteristiche fisiche, così non potete dire “eh vabbé, ma sei una palla di lardo, a te neanche l’orsetto knut (cfr. studio aperto) su un letto di mele golden caramellate ti sfamerebbe!”

Comunque, ho vissuto la mia infanzia durante gli anni ’80, quando dilagavano le tivù commerciali, e con esse le fighe scosciate nei varietà (ok, è un’altra storia), i giocattoli, ed il cibo: quel mondo ed il mio quotidiano si interfacciavano nell’ipercoop sotto casa, e da lì hanno origine le prime delusioni, e probabilmente anche questo blog.

Mi spiego, il modellino di He-Man non si muoveva veramente, il Cristall Ball non creava feste divertenti ma solo e soltanto l’ira della mia genitrice costretta a raccogliere la risulta di quella pasta colorata, e la girella… la girella che nella pubblicità occupava una mano di un muratore bresciano con l’elefantiasi agli arti, si presentava nelle mie come un portachiavi fatto di Pan di Spagna.

La delusione, delle volte, veniva portata anche dalla differenza abissale che il prodotto presentava rispetto all’immagine della confezione, un esempio per tutti il kinder fetta al latte, che nel packaging sembrava un trionfo geometrico, quando in realtà gli angoli erano tutti stropicciati.

Qui voglio proporre e descrivere tutti i piatti della tradizione discountesca, seguendo METICOLOSAMENTE le istruzioni di preparazione fornite dall’azienda che li produce.

Qui voglio consumare biscotti, cuocere torte, spalmare creme, girare milanesi (nel senso di cotolette, non di giovinotte frequentatrici del plastic*), addentare maccheroni, tutti rigorosamente precotti.

Spero di essere stato spiegato, come diceva quello là, adesso chiudo con una frase ad effetto:

Buon appetito.

*noto locale del milanese, frequentato da vario figame.

 

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